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Siviglia, una città del ritmo incandescente Siviglia, una città del ritmo incandescente
A cura di Giorgia e Muriel Del Don, giornaliste. Se le ragioni per visitare Siviglia, scrigno che custodisce gelosamente una storia secolare, sono infinite,... Siviglia, una città del ritmo incandescente

A cura di Giorgia e Muriel Del Don, giornaliste.

Se le ragioni per visitare Siviglia, scrigno che custodisce gelosamente una storia secolare, sono infinite, è per la gola che dovremmo lasciarci prendere. “Tapear”, “ir de copas, de cañas o de caracoles” sono solo alcune delle espressioni culinarie che fanno parte integrante del vocabolario locale, senza le quali nessun sivigliano vi prenderà mai sul serio. Rispettivamente: “andare a rimpinzarsi di tapas, di vino o di birra fresca, oppure ritrovarsi per gustare uno squisito piatto di piccole lumache piccanti”, sono le attività faro che scandiscono il ritmo di una città incandescente sia dal punto di vista climatico sia per il temperamento dei suoi fieri abitanti. Buongustai e risolutamente latini, i sivigliani sanno come sfruttare al meglio il lento e monotono succedersi di giornate tutte uguali: calde, caldissime, umide e accecanti, confinati nel cuore di una città che, sebbene bagnata dall’importante fiume Guadalquivir, dista comunque una settantina di chilometri dall’Oceano Atlantico. Impossibile quindi, al contrario delle altre grandi città iberiche come Barcellona, San Sebastian, Valencia o Bilbao, sfidare la calura con un surf sotto braccio e un costume per solo indumento. Fieri della loro bollente città i sivigliani hanno saputo fare di questo “handicap” una forza, o meglio la loro caratteristica primaria: chi sopravvive al caldo della città può a tutti gli effetti essere integrato tra gli autoctoni. Per noi è stata dura, lo ammettiamo! Ma il piacere di far parte dell’élite locale non ha prezzo. Quali sono quindi le armi a disposizione di ogni buon avventuriero per sfidare il solleone? Ebbene la risposta è semplice: il cibo, le bevande e l’entrare in un ritmo di vita più lento, quasi dilatato, in cui i momenti d’euforia e di riposo – le immancabili sieste pomeridiane – si susseguono in modo quasi coreografico.

Siviglia è una città che risplende al tramonto, quando il sole e l’afa lasciano progressivamente il posto a un’oscurità dalle mille tonalità di rosso, che vive di sapori e profumi che la rendono unica. Decorata da fiori multicolore che addobbano i balconi delle tipiche case del quartiere di  Santa Cruz, profumata dagli effluvi d’agrumi che provengono dai numerosi alberi d’arancio e soprattutto movimentata dai sapori delle specialità locali servite a ogni momento del giorno e della notte, Siviglia non può che prenderci per la gola, stuzzicando le nostre papille e rallegrando le nostre pupille. “Tapear” per un sivigliano rappresenta ben più che prendersi un aperitivo: in questa abitudine quasi rituale si nascondono significati che hanno origine sin dalla notte dei tempi. Un’attività che anticipa la vita notturna, uno dei momenti più propizi per approfittare della città senza fretta e senza doversi rifugiare costantemente all’ombra di una viuzza, di un albero o di un parasole. “Tapear”, o “ir de tapas” è un’espressione tipicamente spagnola la cui origine, secondo una delle versioni più note, rimonta al XV secolo quando si obbligavano gli osti a servire qualcosina da mangiare per accompagnare le bevande ed equilibrare quindi in qualche modo gli effetti dell’alcool. Altri invece preferiscono una spiegazione più nobile, quella per cui nel XIII secolo il re Alfonso X di Castiglia, detto il Saggio, per riprendersi da una malattia e seguendo le raccomandazioni dei sui medici, decise di accompagnare sempre le sue “copas” di vino con piccole razioni di cibo ovvero le mitiche tapas. Sia quel che sia, con il tempo le tapas che una volta si limitavano ad una fettina seppur squisita di Jamón serrano o poco più, si sono trasformate in vere e proprie opere d’arte gastronomica. Non è quindi un caso se i bar di Siviglia si contendono il primato delle migliori tapas della città, proponendo prodotti genuini a prezzi spesso irrisori: “Tapear” o “ir de copas o cañas” (bicchieri) si trasformano a Siviglia in attività quasi terapeutiche, una maniera di incontrarsi, di discutere, lamentarsi e ridere insieme. Tra le specialità locali non dimentichiamo i “caracoles” serviti con un “vasito de caldo” (una tazzina di brodo). I “caracoles” sono piccoli gusci di lumache tipici della regione che sono cucinati in vari modi, aggiungendo della pancetta o del Jamón serrano o ancora delle noci e altre prelibatezze, per deliziare i nostri esigenti palati. Da gustare tra maggio e giugno, la corretta preparazione dei “caracoles” è una vera arte. Spesso piccanti, il giusto dosaggio delle spezie diventa una componente essenziale della preparazione che si apparenta alla scrittura di una soave partitura musicale dalle note inaspettate. “Caracolear” o “ir de caracoles”, sono termini indispensabili per poter padroneggiare il vocabolario sivigliano e infiltrarsi nella vibrante vita locale. Per quanto riguarda le bevande, impensabile visitare Siviglia senza rinfrescarsi con un rigenerante Tinto de verano (vino rosso, limonata e una buona dose di ghiaccio), senza dimenticare, riservandolo ai più temerari, il “Sangre de Cristo”, un cocktail dalle consonanze blasfeme che si serve nel kitschissimo caffè “El Garlochi”, vera e propria caverna di Alì Babà dove le reliquie religiose sfidano in quantità e originalità le pie tele e i decori da cattedrale barocca. Per terminare infine con un dessert dal nome evocativo: “el Tocino del cielo”, uno dei dolci più emblematici della pasticceria spagnola che potremmo volgarmente definire come una specie di crème caramel. Si mormora che i migliori del mondo sono proprio fabbricati a Siviglia, nel Monasterio de Santa Paula, che custodisce leccornie dall’aurea divina come la marmellata d’arance amare di Siviglia o le loro ineguagliabili “orangitas”.

Los barrios di Siviglia

Sebbene la città si sia in tempi più recenti espansa ben oltre le mura cittadine, alle quali si accede attraverso le famose “puertas” che proteggevano la città, il suo cuore continua a pulsare nei quartieri centrali che accoglie generosamente. Sebbene ogni “barrio”, il quartiere in spagnolo, si distingua per caratteristiche proprie alla quale i suoi abitanti sono fieramente attaccati, quello che accomuna tutta la città è un’aura mistica e baroccamente pia – basti pensare al numero impressionante di monasteri che accoglie la città – che va ben oltre i confini della sua famosissima Semana Santa. Un vero e proprio decoro scenico che ha ispirato parecchi cineasti da David Lean con “Lawrence d’Arabia” del 1962 a Ridley Scott con “1492 – La conquista del paradiso” del 1992 fino a George Lucas con “Star Wars: Episodio II. L’attacco dei cloni” del 2002, citando i più conosciuti. Sul versante musicale gli studiosi finora sono riusciti ad identificare ben centocinquanta opere ambientate nella città, fra le quali ovviamente “Il barbiere di Siviglia”, opera buffa di Gioacchino Rossini, la Carmen di Georges Bizet e i capolavori di Wolfgang Amadeus Mozart il “Don Giovanni” e “Le nozze di Figaro”. Tra i cinque quartieri più rappresentativi della città, che riassumono le differenti sfaccettature e il carattere eclettico di Siviglia occorre segnalare il misterioso Santa Cruz, il popolare quartiere della Macarena, il gitano Triana e il più borghese Los Remedios. Tanti piccoli microcosmi che racchiudono la storia di una città molte volte invasa ma mai davvero conquistata, una città fiera delle sue innumerevoli influenze: celtiche, romaniche e arabe, nobiliari e popolari, pie e gitane. Situato in pieno centro, il “barrio” di Santa Cruz, con le  strette viuzze, le tipiche case-palazzo e le storiche dimore signorili con i meravigliosi patii, respira la storia e la leggenda. Nato come culla della comunità ebraica più importante di Spagna, Santa Cruz ha perso progressivamente il suo splendore dopo l’infame espulsione degli ebrei nel 1483, prima di essere riurbanizzato nel diciannovesimo secolo. Vero e proprio scrigno strabordante di meraviglie quali il Convento de San José detto Las Teresas o  L’Hospicio de Venerables Sacerdotes, costruito come ospizio per i sacerdoti in pensione, Santa Cruz assomiglia ad un labirinto di un numero sterminato di strette stradine, costruite per creare delle rigeneranti correnti d’aria, che sbucano su affascinanti piazzette. Perdersi per queste vie è una meraviglia di cui bisogna godere senza moderazione. Per tutti quelli che si sentiranno spaesati da cotanta storia, non resta che spostarsi sull’emblematica Calle Feria, sempre nel centro città, per scoprire la Siviglia più contemporanea. È su questa via che la vita “underground” della città si scatena. Non è un caso se il musicista e poeta Jesús de la Rosa, del leggendario gruppo di rock andaluso Triana, nacque proprio in quella via. Il quartiere della Macarena al centro nord della città, incarna il versante più popolare ed autentico di Siviglia. Sulle sponde del Guadalquivir si estende invece l’emblematico “barrio” di Triana, uno dei più popolari e importanti della città, al quale si accede dal ponte Isabel II o ponte di Triana. Conosciuto per la sua ricca vita culturale Triana è stato ed è tuttora la culla di marinai, operai, vasai, industriali, cantori, ma soprattutto toreri e ballerini di flamenco. Tutti coloro che vogliono iniziarsi alle gioie del flamenco, devono visitare la mitica Carboneria (alla calle Céspedes 21A), luogo emblematico ed autentico dove si organizzano regolarmente spettacoli di questa stupenda forma di musica e danza intima e privata nel bel mezzo di un fresco patio o davanti ad un immenso camino. Il tutto gratuito e spontaneo. Olé!

La Siviglia picara

Se si dovesse definire il carattere dei sivigliani in una sola parola, questa sarebbe l’umorismo un tantino nero, il tutto condito da un’attitudine ribelle che costituisce il fascino del vero sivigliano. Sempre pronto a rispondere con una battuta brillante, inaspettata o spiazzante, il sivigliano incarna in qualche sorta la storia stessa della sua città, culla di quella corrente letteraria spagnola chiamata “romanzo picaresco”. Durante il “Siglo de oro” (Secolo d’oro spagnolo), Siviglia era una delle città più importanti della penisola insieme a Madrid, Toledo, Valencia, Valladolid e Zaragoza. La sua fama era dovuta alle ricchezze coloniali delle quali la corte reale godeva senza limiti, ai suoi innumerevoli commercianti e ai prestigiosi banchieri. Letteralmente porta e porto verso il nuovo mondo, – le spoglie di Cristoforo Colombo si trovano proprio nella Cattedrale della città – Siviglia ha esercitato in quest’epoca un’attrattiva immensa per ogni cercatore di fortuna. Il romanzo picaresco ha rappresentato in questo senso il rovescio della medaglia, il divario spaventoso fra ricchi, i cavalieri osannati dalle epopee dei libri di cavalleria, la borghesia arricchita e la nobiltà che investiva tutto nelle folli spedizioni oltre oceano, e i poveri e i poverissimi, i miserabili che popolavano le strade della città in quella che può essere definita “un’epopea della fame”, marcata da piccoli e loschi traffici e inganni quotidiani per sopravvivere. Un contrasto messo in scena con un’intenzione satirica che rappresenta l’essenza del genere e che ancora oggi sembra sopravvivere nel carattere dei sivigliani. Figli tanto di nobili quanto di picari, gli abitanti della capitale dell’Andalusia sembrano aver assimilato le contraddizioni che hanno marcato la loro città nei secoli, trasformandoli in arguti osservatori di una realtà ancora oggi estremamente contrastata. Tra il realismo e l’umorismo, le loro battute, a volte spiazzanti, necessitano di un interlocutore altrettanto ricettivo, capace di rimettersi in questione e ridere delle proprie piccole certezze. Conversazioni che davanti a una “manzanilla”, il vino emblematico d’Andalusia, ed alcune deliziose tapas, possono anche piacevolmente durare tutta la notte.

Photo: Basilica della Macaregna

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