Report  P.A.R.I.S Report  P.A.R.I.S

A cura di Giorgia Muriel Del Don

Rive droite, rive gauche, est, nord, ouest parisien, Marais, Belleville, Barbès, Montmartre,… e infine l’imponente, titanico « périphérique » o « périph » per gli intimi, sorta di pelle-scudo che attornia la città separandola dalle più o meno famigerate “banlieues” (letteralmente periferie). A collegare questi due universi intra ed extra périph l’RER (Réseau express régional d’Île-de-France) le cui cinque linee, sempre rigorosamente strapiene, scorrono implacabili come il sangue nelle vene di una città ricca di contraddizioni.
A guardarla da una certa distanza Parigi assomiglia a un’enorme caramella che non si vede l’ora di scartare e gustare. A comporre il suo particolarissimo gusto venti “arrondissements” (circoscrizioni), ognuno con le proprie particolarità, pregi e difetti con i quali bisogna imparare a convivere per domare una vecchia città ammiccante e capricciosa che attira e allo stesso tempo respinge. Se da un lato Parigi rappresenta indubbiamente la mecca dello shopping, dei piccoli piaceri scintillanti di diamanti e dello champagne dalle bollicine inebrianti, dall’altro racchiude al suo interno anche (e soprattutto) un disagio crescente fatto di affitti esorbitanti, trasporti pubblici al limite dell’implosione e discrepanze sociali sempre più grandi e grottesche. Eppure l’affluenza di gente (stranieri e francesi, studenti, creativi e chi più ne ha più ne metta): conquistatori temerari di un territorio relativamente limitato (poco più di 105 km quadrati per una popolazione di più di due milioni) non smette di crescere, trasformando la città in un’enorme e potentissima calamita, sì perché “Paris c’est Paris” punto e basta.
Se le contraddizioni sono già flagranti intra-muros (dall’esotico e multiculturale Belleville all’altezzoso Marais fino allo storico Montmartre brulicante di turisti alla ricerca dello scatto perfetto) quando Paris viene finalmente liberata dalla morsa del “périph”, questa sprigiona una tensione tanto forte quanto attuale. Più di trent’anni fa (nel lontano 1984) il mitico gruppo francese Taxi Girl (capitanato dal carismatico Daniel Darc) sussurrava già nella sua Paris parole che ancora oggi bruciano d’attualità:  “A Parigi niente è più uguale, tutto è talmente cambiato che non è nemmeno più la stessa città, è solo una grande pattumiera. E la pattumiera è piena da talmente tanto tempo che non c’è più spazio per i nostri rifiuti”. Rifiuti che emanano effluvi scomodi, difficili da mascherare anche sotto litri di Chanel n° 5. A incarnare questo paradosso (città da sogno o incubo) che a ben vedere abita la maggior parte delle metropoli europee ma che spicca ancora maggiormente nel cuore della capitale della moda: il Boulevard Barbès. Quest’arteria immensa e brulicante di tutti i traffici possibili e immaginabili rappresenta lo spartiacque fra due realtà fondatrici dello spirito parigino: a est il quartiere multietnico della Goutte d’Or che ancora oggi non ha perso nulla della sua fama violenta dovuta agli scontri fra polizia e abitanti avvenuti nel 1999, e a ovest Montmartre che si erige sulla sua collina, fiero portavoce di un passato “bohème” ormai folcloristico. Due visi di una stessa città che dovrebbe trovare il coraggio di imparare dai propri errori per ritornare a brillare fieramente in quanto culla di musei dalla ricchezza inestimabile, in quanto terra d’accoglienza di poeti e artisti straordinari e soprattutto in quanto portavoce di una storia universale.
Eppure al di là delle evidenti difficoltà, paradossi e ingiustizie che intaccano il suo smalto glamour (e che hanno comunque dato vita e nutrimento a gruppi emblematici come i già citati Taxi Girl, Marquis de Sade, Orchestre Rouge o ancora NTM, senza dimenticare la penna velenosa di Virginie Despentes e Anne Scott), negli ultimi anni Parigi ha visto nascere una nuova generazione di creativi che si sono sbarazzati dei paraocchi indossati rigorosamente dai loro predecessori, per integrare queste stesse contraddizioni nelle loro differenti pratiche, per restituire una nuova Parigi, più vera e ricca, unica. Una città che fa tesoro delle lezioni delle sue sorelle maggiori: Berlino in primis, per uscire da schemi troppo rigidi e anchilosati, in una parola “dépassés”.

L’arte abbatte le porte dei musei per conquistare lo spazio urbano.

Parigi è talmente ricca di musei dalla reputazione internazionale: il Louvre, la Fondation Cartier, il Jeu de Paume, il Musée d’Orsay, il Centre Pompidou, il recentemente rinnovato Musée Picasso e tanti altri, che a volte ci si dimentica quanto l’arte abbia bisogno per vivere di ossigeno (e smog), di attualità e spigolosi spazi urbani. A ricordarcelo un gruppetto agguerrito di nuovi spazi d’arte, sorta di laboratori multi disciplinari, che da qualche anno hanno fatto capolino per imporre la loro concezione (del mondo) dell’arte. Lontani dalla logica commerciale che regola la maggior parte delle storiche gallerie d’arte contemporanea della città (che dominano quartieri come il Marais e più recentemente Belleville), i cui vernissage ci spingono a trasformarci in “lèche vitrines” dalla parlantina brillante e dalle maniere ricercate, questi spazi ci regalano una libertà di cui abbiamo crudelmente bisogno. Il loro obiettivo principale? Impedire ai numerosi artisti che ogni anno scappano dall’intoccabile Parigi-mausoleo per tentare la fortuna, per cogliere le opportunità che città più dinamiche come Berlino, Londra o New York offrono, di andarsene. Questi esploratori di un nuovo genere hanno deciso di restare per inventare un nuovo sistema di produzione e distribuzione che se ne frega del profitto, dei vernissages compulsivi o dei “grandi nomi” favorendo invece l’originalità e la freschezza di artisti meno noti ma non per questo meno promettenti. In una parola dare un’opportunità a quanti (qualitativamente) se la meritano. Lo statuto di associazioni (non sovvenzionate dalla città o altri enti pubblici) permette loro di mantenere una libertà di scelta, un’audacia che il mondo dell’arte parigino non aveva fin qui ancora sperimentato.
Per riuscire in quest’impresa tanti si sono ingegnati creando luoghi d’incontro per lo meno atipici. Uno dei più emblematici in questo senso è La Plage, vetrina (nel vero senso della parola) di cinque metri per uno inaugurata in ottobre del 2015. Questo progetto in miniatura lanciato da tre artiste sul rumorosissimo Boulevard Saint-Martin cerca di captare l’occhio distratto e anestetizzato dei passanti sfidando allo stesso tempo l’opera ad avventurarsi nel caos dello spazio urbano. L’arte al servizio della città e viceversa, uno scambio fruttuoso e inaspettato che ci apre gli occhi su un’alternativa possibile. Anche loro decisamente innovativi e imprevedibili, ma in formato più grande, Tonus e Exo Exo, tutti e due annidati in spazi multi funzionali e modulabili. Il primo, perfetto esempio di “artist-run space”, è nato in un garage del quindicesimo arrondissement (di proprietà degli artisti che lo gestiscono e messo a disposizione dei fortunati residenti che lo occupano durante il tempo dell’esposizione) come atelier e galleria. Il secondo invece vede la luce nello sgabuzzino della tipografia vicina nel dinamico quartiere di Belleville, grazie alla buona volontà di Antoine Donzeaud, giovane diplomato della prestigiosa Villa Arson. Exo Exo nasce dal bisogno di ritrovarsi, di mostrare il proprio lavoro e discuterne, per crescere e chissà spiccare il volo. Lo spazio si è piano piano trasformato in microcosmo permeabile che accoglie (grazie anche ai divani letto della piccola ma agguerrita comunità di sostenitori dello spazio) artisti francesi ma anche internazionali, audaci e innovativi. Spinto da questo spirito comunitario e avanguardistico, il HUIT, gestito da otto amici al numero 8 del trafficatissimo Boulevard Saint Martin), nato come progetto effimero fra happenings, feste atipiche, serate di label musicali e lancio di magazines, si concretizza con la firma del contratto d’affitto dello spazio. Il progetto è strutturato in maniera decisamente sorprendente: durante dieci giorni agli artisti invitati viene data carta bianca (l’unico filo conduttore è il “tema” proposto ogni anno dagli otto ideatori) per creare il loro inaspettato mondo nello spazio atipico della galleria. L’eccitazione nel vedere il loro spazio trasformato dalla creatività dei loro ospiti non ha prezzo per HUIT. Un sistema parallelo, giovane e libero che è in procinto di rivoluzionare il mondo dell’arte parigino.

Parigi nascosta, un passato glorioso da riscoprire.

“Et plus personne ne sait, que nos rêves étaient là. Il ne reste plus rien, des armées de la nuit » cantava all’inizio degli anni ottanta Daniel Darc accompagnato dai suoi Taxi Girl. Una canzone, Les armées de la nuit, manifesto di un’epoca gloriosa per la capitale francese, centro nevralgico di una gioventù alla ricerca di evasione e di notti senza fine. Inutile negarlo, Parigi ha perso molto del suo smalto “underground” e anche se alcuni cercano di sopravvivere ai clichés “baguette-Amelie Poulin”, molti sono quelli che rimpiangono un passato ormai svanito. A primo colpo d’occhio quello che colpisce della capitale francese è l’opulenza architettonica, gli immensi boulevards e le boutiques tanto sfarzose da stordire le varie “Kardashan” di turno. Ma cosa si nasconde sotto questo smalto dorato? Che cosa rimane delle scatenate notti parigine di un tempo?
C’era una volta, come in una favola dai risvolti glamour e decadenti, il Sept, club emblematico per la comunità gay (ma non solo) della fine degli anni sessanta, situato al numero 7 della Rue Saint-Anne, oggi popolata da ristoranti giapponesi di ogni sorta. Il Sept è stato il primo locale gestito da Fabrice Emaer (in seguito padrone del Palace), re delle notti parigine e imprenditore dalle tasche decisamente bucate (sulla sua lapide possiamo leggere “ho avuto abbastanza successo nella mia vita ma non ho guadagnato un soldo”). Il Sept sarà per dieci anni (1968-1979) l’epicentro della Parigi gay, ai tempi non ancora ghettizzata al Marais. Il club Rue Saint-Anne rivendica uno spirito di apertura sicuramente innovativo attirando una folla a dir poco eterogenea: gay, etero, ricchi, poveri, giovani, vecchi, studenti di science-Po o creativi che si  mescola allegramente e si dimena a suon di disco. Perché è necessario sottolinearlo, il Sept è il primo locale dove è possibile ascoltare, ballare, gustare un nuovo genere musicale: la disco music. È, infatti, stato il mitico Dj del club, Guy Cuevas, a importare la musica afroamericana a Parigi, mescolando a colpi di notti senza fine funk, soul, ritmi caraibici e musica brasiliana. Il tutto accompagnato da arie di operetta e commedie musicali. Una miscela esplosiva adornata da neon colorati appesi al soffitto.  Nella stessa corrente ma notevolmente più opulento e per certi versi mainstream il Palace, club über leggendario sbocciato dalle radici del Sept. Molto, moltissimo è stato detto su questo luogo quasi mistico che ha ritmato le calde notti parigine della fine degli anni settanta e l’inizio di una nuova era, quella degli anni ottanta. Quello che è certo è che il secondo club di Fabrice Emaer era un luogo mitico che incarnava un’utopia, quella di un’immensa festa democratica dove ricchi e poveri condividevano l’ebbrezza della notte. Mick Jagger, la modella Jerry Hall, Christian Louboutin, il cineasta e disegnatore Jean-Paul Goude, la giovanissima Eva Ionesco, Yves Saint Laurent e Pierre Bergé o ancora Mugler, Montana e Pierre et Gilles ecco alcuni dei fedeli del Palace, accompagnati nelle loro scorribande da giovani squattrinati dal look eccentrico e teatrale. La notte era la loro amante, e questa era l’unica cosa che contava.
La fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta vede nascere a Parigi altri due club emblematici: il Rose Bonbon e i Bains Douches. Entrambi condividono un amore viscerale per la musica rock e per la cultura underground. Il Rose Bonbon ambisce a offrire una scena permanente a giovani gruppi rock punk e new wave alle prime armi o a nomi già conosciuti  quali (per non citarne che alcuni) The Cramps, Ultravox, Marquis de Sade, Indochine, Rita Mitsouko e Taxi Girl. I Bains Douches si situavano invece in un vecchio edificio municipale Rue du Bourg-l’Abbé trasformato in sala da concerti e after show. Negli anni ottanta ha accolto il fior fiore della scena underground new wave (Jesus and Mary Chain, Dead Kennedys, Joy Division e molti altri) per poi essere assorbito negli anni novanta da Cathy e David Guetta (oh mon dieu!) che l’hanno trasformato nel QG di celebrità di ogni sorta. I Bains Douches hanno perso il loro smalto underground alla fine degli anni ottanta, il resto non è che stanco show business.
Last but not least il Pulp, tempio supremo della musica elettronica della fine degli anni novanta (1997-2007) e rifugio per alternativi venuti da ogni dove. Nato dalla mente di Michelle “Mimi” Cassaro il Pulp è un club che stravolge le notti parigine: entrata gratuita, niente carré VIP e musica da sballo in un ambiente sporco e arrabbiato. Lontano anni luce della French touch acqua e sapone, il club situato in Boulevard Poissonière, rivendica una nuova identità lesbica, militante e destroy. Un rifugio di un nuovo genere insomma, senza complessi e pieno di energia dove amalgamare scena queer, amici uomini (neanche da dire, il macho tutto testosterone e misoginia non entrerà mai al Pulp) e creativi a caccia di emozioni forti. “Volevamo mostrare cosa significava essere delle donne come noi. Bevevamo. Ci facevamo di codeina. Ridevamo e dicevamo la verità”, ecco come descrive l’ambiente del club Dana Wyse, creatrice della fanzine Housewife (un nome alquanto evocativo!). Dj Sextoy (eroina del romanzo di Ann Scott “Superstars”) è una delle icone di questo nuovo club, misterioso e punk, fiero portabandiera di un’energia musicale ai limiti dell’overdose. Il Dj e giornalista Ivan Smagghe la descrive così: “ Delphine (Palatsi aka Dj Sextoy) era il Pulp. Dal culo ai tatuaggi, cuore enorme a fior di pelle, la fragilità che trasforma l’attitudine in qualcosa d’altro”. Il Pulp era un laboratorio sessuale, musicale e sociologico diretto da donne e dove non c’era spazio per il “mansplaining”. Alleluia!
Che cosa rimane oggi di questo passato glorioso? L’energia sovversiva di un tempo si è affievolita ma alcuni guerrieri della notte cercano ancora di alimentarne la fiamma. Tra questi l’ex padrona del Pulp, Michelle Cassaro,  che si è lanciata nel progetto Rosa Bonheur, guinguette-club sul promontorio del parco delle Buttes Chaumont. Un luogo aperto, apertissimo, troppo raro ai giorni nostri, dove s’incontrano gay, etero, tatuati, incravattati e molto altro ancora. Le barriere cadono trasformando la notte nell’unica ancora di salvezza. Il Salò (“clin d’oeil” a Pasolini), ex Social Club, è invece un club artistico consacrato ai movimenti alternativi e fedele ai principi di controcultura, d’indipendenza e di libertà d’espressione, situato al 142 rue Montmartre. Ogni settimana il Salò invita un artista a “creare una scenografia visiva e sonora, attraverso delle istallazioni, dei video, dei concerti o delle performance”. Tutto un programma.
Nella stessa corrente arty e opulenta il Flash Cocotte (aperto nel 2009), “queer party for gay people. hetero-friendy”, come rivendicato sul loro sito internet. Al Flash Cocotte conta la creatività, sia nell’abbigliamento anti fashionista sia nell’attitudine, più che il portafoglio e questo sì che è uno statement. Il club si posizione nella corrente dell’ex Pulp, “uno spazio di protezione in una città dove domina la cultura etero, uno spazio di libertà” come spiega Anne-Claire Gallet (aka Dactylo), una delle resident dj. Da segnalare anche la recente apertura del club Nuits Fauves, nel 13esimo arrondissement, sotto la Cité de la mode et du design. Un luogo (700 m2!) sovversivo, intimo e selvaggio dominato da un’estetica Neo punk (molto Berlin style). La programmazione musicale (tra techno ed elettronica) è orchestrata dalla Rafinerie.
Parigi vive anche dei suoi numerosi collettivi alternativi dai quali sbocciano luoghi insoliti come la Halle Papin, ex fabbrica situata a Pantin, passata dallo statuto di squat a quello di luogo culturale interattivo e pluridisciplinare. Ateliers d’artisti, mostre, sale di ripetizione per teatro e danza e 850 metriquadri di giardino, bar e diverse scene per concerti all’aperto…un’aosi alla periferia nord-est di Parigi. Interessante anche la Station Gare des Minimes nel 18esimo arrondissement, sorta d’ibrido tra residenze d’arte, concerti e laboratorio per la scena musicale emergente o ancora i Grands Voisins, centro culturale alternativo nella periferia sud della città (negozietti di creatori, spazio “brocante”, ristorante con terrazza e persino possibilità di alloggio in tenda o amaca). E per finire, i 700 metriquadri del 6B, luogo di creazione artistica che d’estate si apre su di una spiaggia lungo il canale per giornate e serate ritmate dalla musica elettronica. Parigi lotta per mantenere la sua autonomia…on y croit encore!

Photo: M’O Musèe d’Orsay

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