Questo ciclismo va cambiato Questo ciclismo va cambiato

parola di Mauro Gianetti

Gianfranco Josti Giornalistaa cura di Gianfranco Josti, giornalista

(Nella foto di apertura: Mauro Gianetti (a sinistra): Medaglia d’Argento, Mondiali di Lugano 1996)

Mauro Gianetti ha frequentato per venticinque anni l’immenso palcoscenico del ciclismo professionistico, interpretando due ruoli determinanti nel mondo delle due ruote: quello di corridore dal 1986 al 2002 e quello di team manager dal 2003 al 2011. Il suo nome non figura tra i grandissimi di uno degli sport più amati dal pubblico, ma nella sua longeva carriera il ticinese s’è tolto belle soddisfazioni.

Nel suo palmares infatti figurano successi in classiche di assoluto prestigio quali Liegi- Bastogne-Liegi, Amstel Gold Race e Japan Cup che facevano parte del circuito della Coppa del Mondo, sciaguratamente trasformato nel discusso e discutibile Uci World Tour. E ancora: le vittorie nella Coppa Placci, nella Milano-Torino, nel Trofeo Melinda, nella Parigi-Camembert, nel Gran Premio di Lugano sono di quelle che rendono orgoglioso un corridore e suscitano un pizzico d’invidia nei compagni e negli avversari. Insomma, trenta vittorie in diciassette anni da pro non sono proprio da buttare, anzi. Inoltre, se madre natura l’avesse dotato di uno spunto veloce, nell’ottobre del 1996 avrebbe potuto regalare ai tifosi svizzeri uno dei giorni più felici. Lugano ospitava il mondiale su strada e Mauro Gianetti fu protagonista con Johan Museeuw di una lunga fuga che consentì al fiammingo di conquistare la maglia iridata mentre il rossocrociato dovette accontentarsi di salire sul secondo gradino del podio. Ma l’emozione che quel giorno seppe dare ai suoi tifosi, ha ancora una vasta eco nel Ticino.

Smessi i panni da corridore Gianetti ha indossato quelli di team manager di una squadra italiana, la Sidermec Saunier Duval che aveva tra le sue fila l’ex campione del mondo, il lettone Romans Vainsteins. Il ruolo gli andava stretto così l’anno successivo ha fondato un proprio team, affiliato alla federciclo spagnola, finanziato nei vari anni con sponsor di peso quali Saunier Duval, Prodir, Scott, Fuji, Footon , Geox. Nel 2011, grazie a Juan Josè Cobe Acebo, Mauro Gianetti ha potuto aggiungere un altro prezioso cimelio alla sua ricca collezione di successi (come corridore e come team manager): la Vuelta Espana. Ma ciò non è bastato per dissuadere la Geox dal dirottare il proprio budget dal ciclismo alla Formula 1. Combattente di razza, il quarantottenne ticinese ha cercato un nuovo sponsor che offrisse le stesse garanzie, ma il tempo a disposizione era troppo ristretto per cui, dopo aver sistemato tutti i corridori che avevano sottoscritto un contratto con la sua società, in punta di piedi ha abbandonato il ciclismo. A mio avviso una grave perdita perché Gianetti aveva dimostrato non solo di essere un ottimo team manager, ma si era anche contraddistinto per un paio di iniziative umanitarie di grande spessore. Con la collaborazione della Saunier Duval ha lanciato il progetto “Cento anni per un milione di anni”: in Mali sono stati piantati un milione di alberi, molti da frutta, creando 200 posti di lavoro per chi si occupava dei vivai e dei pozzi d’acqua e contribuendo in maniera significativa ad arrestare il processo di desertificazione di una delle regioni più povere del mondo. Grazie alla disponibilità di Prodir e delle scuole del Canton Ticino, il vulcanico luganese ha finanziato la produzione in Africa di oltre15.000 kit scolastici.

“Adesso faccio il consulente a livello di marketing per svariate aziende, alcune anche legate al ciclismo, ma mi sono preso del tempo per riflettere e vedere cosa e come cambierà questo mondo prigioniero di troppe regole che lo frenano anziché rilanciarlo”. Abbiamo incrociato Mauro Gianetti in una pausa tra i suoi trasferimenti nel mondo, dagli Stati Uniti all’estremo oriente per fare il punto sull’antico sport delle due ruote, per l’ennesima volta sconvolto da una poco chiara vicenda doping che ha coinvolto il più forte corridore del momento, lo spagnolo Alberto Contador. “È un caso – afferma Gianetti – che ci pone molte domande. Possibile che occorrano 500 giorni per avere una sentenza della giustizia sportiva? Contador era il perno di una squadra, la Saxo Bank; lui portava in dote i punti che consentivano alla formazione di Riis di rientrare nel circus dell’Uci Wordl Tour: adesso che fanno, la retrocederanno? E gli investimenti fatti dallo sponsor? Difficile riuscire a muoversi in un clima simile”. 

Quali le cause? 

“La diatriba tra Uci e gli organizzatori dei grandi giri nazionali, Giro, Tour e Vuelta, ha portato a compromessi che penalizzano soprattutto le squadre. Il sistema dei punteggi penalizza chi intende investire nel ciclismo. Per poter accedere al Pro Tour come minimo una formazione deve investire 12-13 milioni di euro, ma ci sono formazioni che costano il doppio. Gli ingaggi dei corridori sono saliti vertiginosamente, uno che ha in dote punti Uci sa di avere un mercato e quindi pretende molto. Per altro la sua squadra non è certa di poter partecipare a tutte le corse più significative. Basta un’annata storta per i corridori di punta di una formazione e tu perdi i diritti”. 

Ma il ciclismo attira ancora sponsor, nonostante gli scandali legati al doping? 

“Da un punto di vista pubblicitario il ciclismo è molto redditizio. Adesso però i costi sono molto elevati. Quello che manca è la garanzia di poter pianificare per un sufficiente numero di anni. Già ci troviamo di fronte ad una crisi globale, trovare qualcuno disposto ad investire cifre importanti non è facile, se poi non è possibile garantirgli la visibilità perché non è certa la partecipazione alle corse più prestigiose ecco che volta le spalle al ciclismo e si getta su altre discipline. Il caso Geox è emblematico: approdando in Formula 1 che ha appuntamenti fissi, l’azienda veneta che tra l’altro ha scelto il team più vincente, può pianificare al meglio la propria campagna pubblicitaria”. 

Si può uscire da questa empasse? 

“Ci vuole la volontà politica dei dirigenti mondiali. Per esempio si potrebbe allargare il numero di squadre che partecipano ai grandi giri riducendo a 8 il numero dei corridori per ciascun team. Si dovrebbe trovare un’alternativa all’attribuzione dei punti o meglio, un criterio diverso. Mi vien da ridere al pensiero che un iraniano abbia gli stessi punti di un Cunego che nella classifica finale del Tour finisce settimo”. 

L’Europa, culla del ciclismo, sta vivendo momenti difficili, non c’è un personaggio carismatico. 

“È indubbio che il ciclismo è più che mai globalizzato, tra qualche anno dovremo anche confrontarci con i cinesi. Il fatto è che un corridore come Evans rappresenta un continente, l’Australia. Armstrong non era considerato texano, era statunitense. Noi non abbiamo gli stati uniti d’ Europa, e allora si parla di spagnoli e olandesi, svizzeri e italiani, tedeschi e belgi. Di certo i corridori di lingua inglese, da Evans a Cavendish adesso rappresentano il top”. 

In che modo ha inciso su di lei il fatto di aver dato fiducia a due corridori, Riccò e Piepoli cacciati dal Tour per doping: 

“È stata una cosa orribile per due aspetti. La prima perché da giovane manager credevo molto nelle relazioni interpersonali. Se do la mia amicizia, ricevo amicizia incondizionata. La sopravvivenza del team passava dalla totale correttezza, tutti erano responsabili non solo di se stessi, ma anche di tutti gli altri. Ho scoperto invece che arroganza ed egoismo non hanno limiti. La seconda è che il “caso Riccò-Piepoli” mi ha trasformato in facile bersaglio per alcuni detrattori. Ne basta uno per ferirti gravemente, per farti giudicare non per le tue azioni ma per quelle dei tuoi corridori. Uno come fa ad avere il totale controllo di trenta ragazzi?” 

Perché la Svizzera non ha nessuna squadra di livello non solo nel Pro Tour ma anche tra le Continental? 

“Da noi in Svizzera la sponsorizzazione è spesso vista come una sovvenzione diciamo politica. Mi spiego. Se un’azienda di livello ha sede a Zurigo piuttosto che a Lugano o Ginevra, deve essere sponsor della squadra di calcio di hockey o basket di quel Cantone o della città, quindi senza un vero ritorno di immagine o di investimento perché si rivolge sempre allo stesso pubblico. Sono poche le aziende che valorizzano la sponsorizzazione con una campagna pubblicitaria mirata o aziende come Chicco d’Oro che coprono l’intera Svizzera. Quindi chi decide la pubblicità delle aziende, difficilmente si addentra a valutare meglio il ciclismo che a priori costa più di calcio e hockey e preferisce puntare sulle nazionali di calcio, sci e hockey, fiori all’occhiello dello sport svizzero insieme a Federer, gigante del tennis. Eppure basterebbe pensare alla Phonak che, rimasta pochi anni nel ciclismo, ha avuto una crescita a livello mondiale da capogiro oppure la Prodir di Rivera che, in quattro stagioni, ha quasi raddoppiato la cifra d’affari pur non vendendo un prodotto che va direttamente al pubblico”. 

Come e perché è nato il Gianetti Day? 

“Rocco Cattaneo, presidente del comitato organizzatore dei mondiali di Lugano ‘96 e Marco Zon, presidente del velo club Monte Tamaro per il quale sono sempre tesserato, dopo lo straordinario successo della gara iridata, hanno voluto creare una manifestazione che desse la possibilità ai cicloamatori ticinesi di essere protagonisti di un grande evento, non solo di essere spettatori. Così hanno lanciato la Granfondo che porta il mio nome e che, in pratica, conclude la stagione agonistica amatoriale”. 

L’augurio di ogni appassionato di ciclismo è che quanto prima Mauro Gianetti ritorni a tempo pieno a far parte dell’affascinante e unico mondo delle due ruote.

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