La Rivoluzione di Moser in Messico La Rivoluzione di Moser in Messico

Trent’anni fa il doppio record dell’ora ha trasformato il ciclismo, nel bene nel male

Gianfranco Josti GiornalistaA cura di Gianfranco Josti, giornalista.

Foto in apertura: La bicicletta del record dell’ora, ideata dal Professor Antonio Dal Monte.

Il doppio record dell’ora stabilito a Città del Messico da Francesco Moser trent’anni or sono ha radicalmente trasformato il mondo del ciclismo. Nel bene e nel male. Quel gennaio 1984 rappresenta uno spartiacque perché dopo quei giorni l’antico sport delle due ruote ha originato un sistema che, se da un lato ha razionalizzato la preparazione atletica, la dietetica, ha dato nuovo impulso al modo di concepire e realizzare la bicicletta e i suoi componenti, dall’altro ha aperto una voragine per quanto concerne il doping ematico che solo in questi ultimi mesi si è cercato di sradicare.

Moser è stato una sorta di cavia che ha trasformato in realtà gli studi teorici che una straordinaria squadra di tecnici e scienziati , l’Equipe Enervit, aveva approntato. Destinatario di questa procedura per dare l’assalto al primato di Eddy Merckx, ritenuto invalicabile, era in un primo tempo un corridore svizzero, Daniel Gisiger, cronoman e pistard di qualità che nel 1982 difendeva i colori di una squadra italiana, la Hoonved Bottecchia. L’atleta elvetico, francese di nascita, aveva stabilito il record dell’ora dilettanti percorrendo 46,475 chilometri al Velodromo di Zurigo e in base alle ricerche effettuate dal dottor Enrico Arcelli, medico sportivo, dietologo, membro del Centro Studi della Federatletica, avrebbe potuto toccare la soglia dei 50 chilometri. Ma Gisiger, che ora si occupa dei pistard svizzeri, declinò l’offerta perché non era disposto a sacrificare buona parte della stagione agonistica per concentrarsi sull’unico obiettivo del record dell’ora. La scelta del candidato a sfidare il leggendario primato di Merckx cadde quindi su Francesco Moser, all’epoca sicuramente in declino.

Curioso per sua natura, il trentino, ex campione del mondo nell’inseguimento e su strada, accettò il programma che l’Equipe Enervit, varata e finanziata da Paolo Sorbini, aveva approntato. La scienza aveva preso decisamente il sopravvento sull’empirismo che aveva caratterizzato il ciclismo fino ad allora ed una settantina di addetti, coi più svariati compiti, si accinse a dar corpo all’impresa. Fu grazie al doppio record di Moser che la dieta del corridore subì una profondissima trasformazione. Ho un ricordo ben vivido dei tapponi di montagna, al Giro e al Tour degli Anni Settanta quando gli atleti si mettevano a tavola alle sei del mattino mangiando riso in bianco e bistecche al sangue. Ora invece termini come integratori proteici, vitamine, carboidrati sono entrati nel vocabolario di chiunque si mette in sella ad una bici così come un’alimentazione corretta (e controllata) è accettata senza alcuna reticenza o contestazione.

Ma la vera rivoluzione riguardò la preparazione, nel caso specifico il record dell’ora, ma adattabile ad ogni tipo di appuntamento agonistico, fosse la classica di un giorno o una lunga gara a tappe. Il professor Francesco Conconi, titolare della cattedra di Biochimica all’Università di Ferrara, studi approfonditi su biologia e patologia molecolare dell’uomo e biochimica dell’attività motoria, all’inizio degli Anni Settanta aveva inventato un test che porta appunto il suo nome, per stabilire attraverso la frequenza cardiaca fino a che velocità un atleta potesse andare (soglia aerobica) senza che i muscoli, in carenza di ossigeno, producessero acido lattico (soglia anaerobica). Una preparazione specifica poteva alzare il livello di tale soglia consentendo quindi ad un atleta di mantenere più a lungo una certa velocità.

Per questo motivo Francesco Moser si sottopose a centinaia di test al Palazzo dello Sport di Milano che la neve non aveva fatto ancora crollare. Sotto la direzione attenta di Aldo Sassi, il suo preparatore, si sottopose ad estenuanti prove di ripetute (affrontare tratti di strada ripidissimi con rapporti molto duri, le cosiddette salite di forza-resistenza) di chilometri e chilometri dietro moto per acquisire agilità e ancora il fondo lento, il fondo intermedio, il fondo lungo, il fondo medio, il fondo veloce e le ripetizioni alla frequenza cardiaca di soglia, il fondo veloce e le ripetizioni alla velocità di soglia. Tutti i dati raccolti mediante il frequenzimetro venivano quindi immagazzinati in un computer e poi analizzati e, se sorgeva qualche problema, se c’era qualche perplessità, la preparazione subiva i ritocchi giudicati indispensabili. Tutto ciò per quanto riguarda l’atleta. Da allora il cardiofrequenzimetro fa parte del corredo di ogni corridore; ormai più nessun professionista o dilettante, quando si allena, si affida alle “proprie sensazioni”, come s’ usava dire una volta. Gli stessi amatori, che sono in numero sempre crescente, hanno imparato ad allenarsi (e a gareggiare) con il cardiofrequenzimetro. Adesso ci sono tabelle precise che i preparatori delle singole squadre assegnano a ciascun atleta ed è facile poi stabilire se il corridore ha rispettato il programma o ha fatto il furbo saltando qualche allenamento. Ma oltre ad aver trasformato la preparazione e la dieta degli atleti il doppio record dell’ora ha influito anche sulla costruzione delle biciclette e sull’abbigliamento, perché forse per la prima volta, nell’ultracentenaria storia del ciclismo, veniva presa in seria considerazione l’aerodinamicità.

Il progetto ideato dal professor Antonio Dal Monte per costruire la bicicletta adatta al record si fondava su tre principi: minima resistenza aerodinamica, elevata rigidità del telaio, buona stabilità nell’avanzamento rettilineo. Al contrario, quando nel 1972 Eddy Merckx si propose di dare l’assalto al record stabilito a Città del Messico dal danese Ole Ritter (48,653 nel 1968) la parola d’ordine era: pedalare su una bicicletta il più possibile leggera. Ernesto Colnago, tecnico di fama internazionale, ne costruì una che anche un bambino poteva sollevare, arrivando al punto di fare dei buchi nella catena per guadagnare qualche milligrammo. Giorno dopo giorno, modifica dopo modifica, fu approntata la bici speciale equipaggiata con ruote lenticolari, ci fu un test nella galleria del vento della Pininfarina a Torino per verificare la validità delle tesi del professor Dal Monte e, quando tutto fu pronto, Francesco Moser con moglie e figlia si trasferì a Città del Messico per un necessario periodo di adattamento all’alta quota. Era stato programmato di tentare il record il giorno 23 gennaio, ma era indispensabile fare un test sui 20 km alcuni giorni prima. Ma il 19 gennaio, giorno fissato per la prova generale, Francesco Moser non si limitò a demolire il primato di Merckx sui 20 km, continuò sotto la spinta di un pubblico poco numeroso ma molto rumoroso e delle parole che lo speaker aveva gridato dopo il fantastico tempo fatto registrare: “va por la hora, va por la hora”. Allo scadere dei sessanti minuti il trentatreenne campione di Palù aveva percorso 50,808 chilometri migliorando il record di Merckx di ben 1376 metri.

Dodici anni prima, quando il fuoriclasse belga aveva appena terminato la sua impresa, era stato necessario sostenerlo perché era davvero sfinito e non era più in grado di stare sulla bici. Per contro il trentino, dopo lo strepitoso record aveva inanellato alcuni giri di defatigamento prima di presentarsi ai microfoni di Adriano De Zan per annunciare “quando arriveranno i miei tifosi dall’Italia farò un altro tentativo”. Lo fece pochi giorni dopo, il 23 gennaio in una giornata assolata ma con un vento molto fastidioso, con un body a calzoncini corti mentre il 19 aveva usato una sorta di calzamaglia e nonostante una dolorosa abrasione al soprassella seppe sfondare il muro dei cinquanta orari, portando il record più prestigioso della storia del ciclismo a 51,151.

Dopo la straordinaria impresa messicana, Francesco Moser inanellò una serie incredibile di successi, dalla Sei Giorni di Milano, alla Milano-Sanremo, alla conquista del Giro d’Italia nella fantastica cronometro conclusa all’Arena di Verona. Per molto tempo si parlò di prestazioni straordinarie senza aver fatto ricorso a pratiche che potevano sconfinare nel doping. Ma presto si sparse la voce che il trentino si era sottoposto ad autoemostrasfusione , pratica non ancora considerata doping e che vedeva nel professor Conconi un convinto assertore mentre altri membri dell’Equipe Enervit vi intravvedevano dei grossi pericoli.

La manipolazione del sangue fu quindi la scorciatoia che il mondo del ciclismo, quasi nella sua totalità, decise di intraprendere, dopo aver sperimentato l’uso di cortisone, dell’ormone della crescita e ammenicoli vari. Quando l’autoemostrasfusione fu considerata doping dal Cio dopo i Giochi Olimpici di Los Angeles, sul mercato internazionale apparve l’Epo, la famosa eritropoietina, nata per combattere le anemie e per permettere un recupero più veloce per i pazienti sottoposti a chemioterapia. Avendo come principio la capacità di aumentare il numero di eritrociti (i globuli rossi) anche in soggetti sani, l’uso di epo si diffuse in un batter d’occhio, senza che fosse possibile accertarne la presenza nei centri antidoping. Per arginare il fenomeno, il Coni in Italia varò la campagna “a tutela della salute”: chi avesse presentato un ematocrito superiore a 50 doveva fermarsi per quindici giorni, rifare gli esami e poi sarebbe stato riammesso alle gare. Erano bandite le parole “squalifica e sospensione”, ma il senso era quello. Non si usava la denominazione “controllo antidoping” ma lo scopo era quello. Fu a causa dell’ematocrito fuori norma che Marco Pantani fu fermato a Madonna di Campiglio nel Giro d’Italia del ’99 che stava dominando e che segnò l’inizio del suo declino conclusosi con la tragica morte per overdose il 14 febbraio del 2004. Quando fu trovato il modo di scoprire l’uso di Epo con esami abbastanza semplici, ecco che comparvero i cera (attivatori continui dei recettori dell’eritropoiesi) ovvero l’Epo di terza generazione e in alcune stagioni, tornò in auge la pratica dell’autoemotrasfusione. Lo scandalo Armstrong ha scoperchiato un mondo bacato che già nel ’98, al Tour de France, aveva dovuto constatare la presenza del doping di squadra. Le reticenze della Federmondiale, degli organizzatori delle grandi manifestazioni, di medici e preparatori compiacenti per lungo tempo hanno coperto verità scomode che poco a poco sono venute alla luce.

Adesso con le maglie della rete antidoping sempre più strette, con la consapevolezza della maggior parte dei corridori che si può arrivare al successo senza prendere scorciatoie, vengono rivalutati i programmi di preparazione che Francesco Moser sperimentò trent’anni or sono. Resta il lato buono dell’impresa messicana. Quello brutto e negativo forse è stato cancellato. Per sempre, ci auguriamo.

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