E il robot rispose: sissignore* E il robot rispose: sissignore*

A cura di Roberto Malnati, Partner di Ten Sigma Sagl.

Quando mi è stato chiesto di spiegarvi in modo comprensibile a che cosa servono i “robo advisors”, ho provato a cercare la definizione più comunemente usata in rete: “Il robo advisor è un consulente virtuale che sfruttando sofisticati algoritmi matematici, dopo aver definito esigenze e obiettivi, offre soluzioni di investimento, propone prodotti finanziari adeguati, suggerisce cambiamenti nell’asset allocation per sfruttare le situazioni di mercato e indica periodici ribilanciamenti del portafoglio investito”. Avete capito esattamente che cosa possono fare per voi i robo advisors leggendo la definizione? Io no. E non mi è nemmeno chiaro perché a questi servizi solitamente vengano associate immagini antropomorfe, ma l’idea di un robot dalle fattezze umane, quasi indistinguibile da un uomo vero, si era già fatta strada nella letteratura con Isaac Asimov, il “profeta” della robotica, che nel 1946 aveva pubblicato un racconto di fantascienza, “La prova”, in cui il protagonista è un robot umanoide che aspira a diventare sindaco di New York. Capisco però il messaggio associato e anche lo slogan: “Se può fare il sindaco, il robot può anche gestire il vostro portafoglio”. Ho provato in incognito alcuni dei servizi più conosciuti e ci sono prodotti molto interessanti. La loro forza è l’integrazione di servizi che in alternativa, se “comprati” singolarmente dall’utilizzatore presso operatori bancari tradizionali, richiederebbero grossi sforzi di ricerca e contrattazione. Questi servizi includono risparmi sui costi di deposito e di transazione, migliore reportistica, migliore ottimizzazione fiscale e consolidamento di conti aperti presso banche differenti. Tornando alla definizione, la prima domanda a cui provo a rispondere è la seguente: perché un robo advisor dovrebbe sfruttare “sofisticati algoritmi matematici”? Hanno dimostrato di funzionare meglio di quelli semplici? Dopo una vita passata a scrivere algoritmi sono sempre pronto ad entusiasmarmi per qualcosa di assolutamente rivoluzionario, che però al momento non ho incontrato. Non ho individuato nemmeno particolari elementi di sofisticazione algoritmica nell’offerta dei migliori, ossia riguardo a quelli che attualmente gestiscono svariati miliardi di dollari. Semplicemente perché a loro non serve poiché hanno scelto di usare economici ETF a gestione passiva piuttosto che i più cari fondi a gestione attiva. Questa scelta, fino ad ora, si rivela statisticamente vincente. Gestione passiva significa che il rendimento degli ETF è legato alla quotazione di un indice borsistico e non all’abilità di compravendita del gestore del fondo; tale indice può essere azionario, obbligazionario, monetario, o altro ancora. L’opera del gestore si limita a verificare la coerenza del fondo con l’indice di riferimento nonché correggerne il valore in caso di scostamenti. La gestione passiva rende tali fondi molto economici, con spese di gestione solitamente inferiori al punto percentuale, e quindi competitivi nei confronti dei fondi attivi. La loro diversificazione garantita, unita alla negoziazione borsistica, li rende convenienti nei confronti dell’investimento in singole azioni. Gli algoritmi matematici che ho individuato tra quelli che vengono impiegati dai principali operatori, si limitano sostanzialmente ad ordinare questi ETF per rendimento comparato al rischio, liquidità e momentum. Il punto critico di questi “robot” è che non sono in grado di comprendere davvero le vostre esigenze e i vostri obiettivi perché sono costruiti per pensare al futuro come se fosse una continuazione statistica del passato conosciuto. Quasi dieci anni di mercati azionari al rialzo e tassi obbligazionari al ribasso hanno creato una sorta di visione idilliaca del mercato che gli algoritmi tendono a riproporre. Provo a farvi un esempio: se chiedete al robot di investire al posto vostro in una strategia obbligazionaria (perché le azioni per voi sono troppo volatili e preferite accontentarvi di un investimento sicuro), tra gli strumenti che il robot vi suggerirà probabilmente ci sarà un ETF obbligazionario “High Yield Corporate Bond” che sino ad ora ha reso in media il 4% annuale e che dovrete tenere in portafoglio almeno 3 anni. Perché 3 anni? Perché tra il 2007 e il 2008 questo ETF ha perso il 30% che ha poi recuperato nel 2009. E qui sorge il primo problema. Nel 2008 c’erano dei tassi da poter ancora ribassare e che oggi sono ai minimi con un debito mondiale molto più grande di quello pre crisi. Quindi non potete contare sull’aiuto delle banche centrali e senza il loro aiuto, ipotizzando un 4% di crescita all’anno, potreste dover attendere 8 anni per recuperare i valori pre discesa gravati da una perdita del 30% e rivedere i vostri soldi senza guadagnare. Il secondo problema è ancora più grave. La quasi totalità degli eventi estremi che i robot conoscono e cercano di evitare ribilanciando i portafogli è accaduta una sola volta e quindi anche il loro valore statistico è dubbio.  Anche se il 90% dei clienti non è preparato a perdere il proprio denaro, il robot non è programmato per suggerire “Se non vuoi (o non sei in condizione di) perdere nei prossimi tre anni stai cash” perché in tal caso non avrebbero bisogno di lui. Probabilmente per evitare un uso improprio di queste tecnologie sarebbe necessario predisporre specifiche misure di tutela degli investitori sottoponendo i robo advisor a un regime di controllo più severo rispetto alle imprese che prestano servizi finanziari tradizionali, ma la Commissione Europea nel “Piano d’azione per le tecnologie finanziarie” per il momento risponde così: “I rapidi progressi delle tecnologie finanziarie stanno determinando cambiamenti strutturali nel settore finanziario. In un ambiente in così rapida evoluzione una regolamentazione eccessivamente prescrittiva e precipitosa rischia di produrre effetti indesiderati”. Pare che per i regolatori il controllo dei robo advisor si debba focalizzare sull’algoritmo e su come esso definisca le ipotesi di base, elabori le informazioni della clientela e il processo di matching e su come siano costruiti i modelli, manutenuti e sviluppati i software, gestiti i cyber risks e su come vengano inviate le raccomandazioni di investimento. In prospettiva un peggioramento significativo delle condizioni dei mercati potrebbero frenare significativamente l’adozione di queste piattaforme tecnologiche piuttosto che promuoverle, anche se statisticamente producono risultati migliori in termini relativi rispetto agli investimenti in fondi, ETF, titoli o obbligazioni proposti da consulenti umani. Il motivo è semplice. L’investitore cerca sempre un colpevole da punire. Ed è più facile “licenziare” un robot “immateriale” piuttosto che un consulente umano che si prodiga per giustificare le perdite con i classici “non potevamo prevederlo, non era mai successo, aveva 5 stelle, era il migliore, te l’ho fatto sottoscrivere anche se era chiuso, è l’occasione per mediare, io te l’ho solo presentato ma eri convinto anche tu”. In ogni caso con la Mifid2, anche in Europa emergeranno chiaramente le commissioni applicate sui prodotti finanziari e cominceremo forse a sviluppare una cultura finanziaria così come accade negli Stati Uniti e in generale nel mondo anglosassone, dove gli investitori sono già molto attenti ai costi. In mancanza di un pragmatismo finanziario diffuso, per aumentare il successo dei robo advisor, sarebbe probabilmente utile introdurre una meta-scarsità nell’offerta che oggi non è contemplata. Sul modello adottato da Apple, tanto per capirci, che vende milioni di device che solo l’1% della popolazione mondiale può razionalmente permettersi (nel 2015 l’iPhone rappresentava solo il 18.3% degli smartphone venduti in tutto il mondo, ottenendo tuttavia il 92% dei profitti dell’intero settore). A mio parere il futuro del robo advisor dipenderà dalla sua esclusività, non dalla sua diffusione. Il robot oggi tratta il cliente che investe mille euro (o anche meno) in modo simile al cliente che investe uno o più milioni di euro. Ma se fossi un cliente da milioni di euro, io non vorrei un robot qualsiasi, pretenderei di essere servito da Andrew, il robot umanoide unico e irriproducibile protagonista del racconto/film “L’Uomo Bicentenario”. Dovrebbe avere una coscienza e un cervello libero dai vincoli commerciali imposti da chi lo ha programmato. Vorrei un neural advisor piuttosto che un robo advisor. Una intelligenza artificiale istruita per stare completamente cash quando è necessario e investita negli asset che io riterrei (a torto) troppo rischiosi quando invece è più opportuno.

Propongo quindi un piccolo ritocco alle tre leggi della robotica formulate da Isaac Asimov per i robot (neurali) finanziari:
Prima Legge: “Un robot non deve recare deliberatamente danno a un portafoglio né deve permettere che a causa del proprio mancato intervento un portafoglio subisca un danno”.
Seconda legge: “Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani purché tali ordini non contravvengano alla prima legge (ossia che il portafoglio subisca un danno)”.
Terza legge: “Un robot deve proteggere la propria esistenza (ossia rimanere indipendente nel proprio giudizio) purché questo non contrasti con la prima e la seconda legge”.

*Tratto dal libro “Il sole nudo” di Isaac Asimov

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