Tradimenti Tradimenti

Tradimenti

Cultura Redazione

A cura di Sebastiano B. Brocchi. Scrittore.

Foto in apertura: Jean Dujardin in “Gli Infedeli” (2012), film in sette episodi con altrettanti registi (immagine tratta da bimfilm.com)

Forse si pensa che esista una sorta di striscia, come quelle che gli operai disegnano sulle strade con la vernice, o un cartello, di quegli “stop” che fanno capolino agli incroci…

Oppure che ti suonino al citofono: “Posta!”. Tu esci, ti fanno mettere la firma e ti consegnano una raccomandata. Scarti la busta, curioso di sapere chi ti abbia scritto, e dentro ci trovi un messaggio che t’informa della cruda realtà. Hai tradito.

Purtroppo nella vita non funziona così, ed è questo il problema. Come fai a capire che da quel momento, via, hai tradito le aspettative, i sentimenti o la stima di qualcuno? Per carità, in certi casi non è che sia così difficile capirlo… specie se le lenzuola in cui ti trovi non le ha comprate tua moglie. Ma credo sia chiaro che il tradimento non si limiti a questo. Questo è soltanto un aspetto, quello più fisico, evidente, lapalissiano, come può esserlo qualsiasi atto concreto di tradimento. Questo è soltanto il risultato. Ma il tradimento come tale ha radici più profonde, misteriose, invisibili agli occhi, in sfumature sottili della mente. In realtà, a fare attenzione, ti accorgeresti che sono tantissime le cose che le persone si aspettano da te. Non solo le cose che si aspettano che tu faccia, ma soprattutto quelle che si aspettano che tu sia. Perciò, anche senza arrivare fra le lenzuola di qualcuno, sono mille i modi di tradire, ed è difficile vivere senza tradire. Difficile come camminare vicino a un formicaio sperando di non calpestare neanche una formichina. Perché anche se ti ci metti d’impegno, potrebbe sempre capitarti di non vederne una. Non farlo apposta. Quante volte tradiamo un’aspettativa senza neanche accorgerci, se non a cose fatte?

Guardandomi indietro, ripensando alle mie esperienze, forse non ho mai tradito un amore o un’amicizia per come comunemente s’intende il tradimento. Ma posso realmente sentirmi a posto per questo? Posso davvero crogiolarmi al sole della mia presunta irreprensibilità e giudicare con sufficienza quelli che ci cascano? Forse no, anzi proprio no. Sarei stupido se lo facessi, se lo pensassi. Al contrario, dovrei sempre stare attento, mostrare sensibilità, perché fintanto che viviamo tra gli altri e insieme agli altri, rimarremo sempre pericolosamente vicini a quel dannato formicaio, e saremo sempre, sempre, troppo grandi e goffi per poter essere sicuri di non aver schiacciato neanche una formichina. Con le persone è così. Anche quando pensi di aver fatto tutto giusto, di non aver lasciato nulla al caso, di essere stato bravo e premuroso, di essere arrivato là dove altri non erano arrivati, non puoi mai sederti sugli allori. Perché dopo un po’ arriva comunque qualcuno che viene a dirti che l’hai urtato, deluso. Che l’hai tradito. E magari ti crolla il mondo addosso, perché fino a un momento prima eri convinto di essere perfetto! È allora che ti arrabbi, perché nessuno ha disegnato sulla strada una benedetta linea gialla e una scritta a grandi lettere, per avvisarti che quello, sì, proprio quello, è il confine del tradimento. È allora che capisci che nella vita non c’è sempre un Dio che ti dice “Non mangiare i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male”: al contrario, spesso ti trovi in un frutteto senza sapere quale Dio offenderai gustando l’uno o l’altro frutto.

Valerio Massimo Manfredi, scrittore, archeologo e conduttore televisivo

Il tradimento, come sua sorella, la gelosia, s’invita nei più banali e ricorrenti aspetti della nostra vita quotidiana. È tradimento voltarsi a guardare una bella donna che passa, e magari apprezzare con un commento, se stai camminando mano nella mano con la tua compagna? Oh, sia ben chiaro, scrivo dal punto di vista dell’uomo ma non c’è un sesso più o meno propenso alle lusinghe estetiche, e se “la carne è debole” lo è per tutti indistintamente, uomini e donne…

Ma torniamo a noi, e al nostro esempio del tizio che getta lo sguardo sull’altrui minigonna: ci sono uomini che lo fanno senza neanche darci peso, come gesto automatico, involontario. Altri che almeno usano la coda dell’occhio e prima di commentare si mordono la lingua. Altri che non la vedono neanche la bella donna che passa. Tra questi diversi modi di fare, di essere, ce n’è uno che sia considerabile un tradimento? Dipende. Perché come quei tre uomini sono diversi, possono esserlo anche le loro donne. Una delle tre, per una cosa del genere è disposta a lasciarti, o quantomeno a farti una scenata memorabile. Un’altra è infastidita, magari mortalmente, verde di gelosia, ma non lascerà trapelare nulla. Anzi, sarebbe persino capace di confermare l’apprezzamento! L’ultima, infine, potrebbe essere indifferente a questo tipo di cose, perché convinta che la tua fedeltà non dipenda da simili inezie. Esiste anche il (più raro ma non troppo remoto) scenario in cui la tua lei sia o si dichiari talmente liberale da proporre un rapporto “aperto”, o uno di quei cosiddetti triangoli amorosi che, di fatto, non sono forse dei tentativi, spesso infruttuosi ed effimeri, di reprimere i sentimenti di esclusività che almeno uno dei partner prova sempre?

La semplice e quanto mai diffusa scenetta che abbiamo poco fa evocato, con le diverse conseguenze che abbiamo preso in esame, non è che uno dei tanti, infiniti esempi, degli insondabili meandri mentali in cui ha luogo l’eterna battaglia di tradimento e fedeltà. Forse allora siamo soltanto noi a decidere cosa sia tradimento e cosa non lo sia, in un’epica psicomachia, che da tempo immemore avvelena i rapporti fra gli uomini invece di sanarli? Un conflitto che si propaga anche quando cessa il confronto con gli altri, e continua a vivere nel cuore attraverso gli infidi giochi del senso di colpa. Quello sleale scorpione che viene a pungerti dove trova una falla nella corazza delle tue certezze. Quando capisce che tu stesso hai dei dubbi sul tuo modo di comportarti; e come le società di recupero crediti ti assilla ricordandoti continuamente in cosa hai mancato. Ma c’è e dev’esserci un limite a tutto questo, nel senso che è sbagliato continuare a torturarsi senza chiedersi, invece, cosa abbia portato a un tradimento. Ci sono sempre dei motivi alla base di un tradimento, di qualsiasi tipo. Tentare di portarli alla luce può aiutare a ritrovare il senso di cosa si stia cercando. Sì, è giusto essere attenti, sensibili, e leali nei confronti delle promesse fatte, ma tutto questo non deve andare a discapito della cosa più importante.

Le aspettative di qualcuno, ormai è chiaro, le tradiremo sempre. Non è possibile accontentare tutti. Ma quel che conta, nella vita, è capire se cercando di accontentare le aspettative di qualcuno, o sforzandoci di tener fede a un impegno preso, non stiamo alla fine tradendo noi stessi e ciò che il tempo ci ha resi. Perché il tempo ci trasforma, non importa se in meglio in peggio, ma ci trasforma, e ciò che un tempo abbiamo promesso, forse non corrisponde più alla persona che siamo oggi. In quel caso, forse, alla fedeltà è preferibile la sincerità, un’onesta condivisione, che faccia capire agli altri quello che siamo davvero al di là di ciò che vogliamo far finta di essere, o di essere ancora quando invece non lo siamo più.

Tutto questo non vale soltanto, come dicevamo, nei rapporti amorosi, parentali, amichevoli o lavorativi. Si può tradire un ideale, un patto, un giuramento, una patria, una setta o una fede religiosa, un regime politico, una tifoseria sportiva, un’associazione a delinquere, tanto per fare degli esempi. E in tutti questi casi non si può giudicare il tradimento come qualcosa di necessariamente e sempre cattivo e sleale. Un individuo dovrebbe sempre chiedersi se ciò che sta perseguendo corrisponda sempre ai propri valori, a ciò che davvero sente di voler fare di sé stesso. E nel momento in cui si rendesse conto di aver varcato il limite di ciò che non ritiene più essere giusto, allora la più grande ingiustizia sarebbe rimanere fedele a una strada che lo porti lontano dal proprio, personale, intimo senso della giustizia. Essere ciecamente leali e fedeli può rivelarsi, in certi casi, più dannoso che tradire. Allora il tradimento non è altro che la manifestazione esteriore di un pentimento, di un cambiamento di rotta, che potrebbe anche risultare condivisibile. Il concetto non è molto diverso dalla paternale che ognuno di noi ha sentito almeno una volta nella sua infanzia: “Se il tuo amico si buttasse da un ponte ti butteresti anche tu?”

Gea Lionello, attrice italiana

 

 Ho parlato di tradimenti con un’attrice italiana, ben nota soprattutto al pubblico del piccolo schermo per aver prestato il proprio volto a diversi personaggi di fiction di successo (una fra tutte la serie “R.I.S. – Delitti imperfetti”, in cui ha interpretato la dottoressa Claudia Morandi); ma anche per numerosi ruoli cinematografici (fra i quali citeremo ad esempio “Manuale d’Amore 2” di Giovanni Veronesi). Mi riferisco a Gea Lionello, figlia d’arte dell’attore, cantante, conduttore, e doppiatore Alberto Lionello. Dopo aver studiato recitazione a La Scaletta di Roma, Gea debutta in teatro nel 1984 ne “La governante”, regia di Luigi Squarzina. Sempre per il teatro ricorderemo la sua interpretazione in “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, nel 1996, per la regia di Luca Ronconi. Negli anni della sua carriera, Gea si fregia anche di importanti riconoscimenti e premi in più d’una rassegna cinematografica.

D: Un’attrice deve conoscere se possibile meglio degli altri gli aspetti reconditi dell’animo umano, per appropriarsene e poterli gestire in scena. Quali strategie utilizzi per cogliere ciò che a molti sfugge?

R: Sensibilità… ma quella è innata, ci nasci. Poi lo studio, interno, di sé, ed esterno, degli altri. Guardo molto la gente, le reazioni… cerco di leggerne i pensieri, anche un po’ di analisi aiuta, a capire meglio l’essere umano. Ma anche dagli animali si impara. Quando si dice occhi di gatto… passo felpato… istinto predatore… siamo comunque animali, con troppo cervello forse. Ecco lo studio del cervello è interessante… siamo molto complessi e lo studio dell’umano è affascinantissimo. Credo sia questo il mio mestiere. Studiarlo sentirlo e riproporlo, rivisto e corretto.

D: Spesso i sentimenti possono diventare anche “strumenti” per ottenere uno scopo, e il tradimento in questo senso svolge un ruolo principe. Ne troviamo una rappresentazione esemplare nel cortometraggio “Dark Lady” di B. Buzzi (2002), che ti vede protagonista e che fra l’altro ha ottenuto alcuni riconoscimenti come il Premio Short Village e il Premio Italia. In pochi minuti, un intenso spaccato della natura umana. Puoi parlarci di questo personaggio?

R: Una dark lady appunto. Frega tutti per il bottino rubato, seducendo, promettendo… in fondo anche quei personaggi maschili glielo consentono, obnubilati dal denaro ma sopratutto dalla femminilità nera della furbissima signora. Quante dark lady ci sono in giro! La donna ha sempre usato il proprio potere seduttivo come l’uomo quello economico e già questo è un tradimento. Di sé stessi, dell’altro.. è una maschera usata per raggiungere i propri obiettivi. Ma cio è insito nell’uomo, anche i bambini lo fanno, ma sono tradimenti innocenti. D’altronde nasciamo col peccato originale, il primo grande tradimento… di aspettative. Oggi un esempio lampante ne è la politica, ma non solo oggi!

D: Fra le sperimentazioni che talvolta condividi con chi ti segue sul web, hai recentemente affrontato un monologo in inglese tratto dal “Macbeth” di Shakespeare. Tra i diversi intrighi e tradimenti orditi dalla lady nera, uno dei più gravi è forse il tradimento della femminilità (con ciò che essa rappresenta) che si compie all’interno della psiche del personaggio. Perché ritieni che Lady Macbeth chieda agli spiriti di snaturare il suo sesso (atto primo, scena V)?

R: Che forza in quelle righe! Che paura interpretarle… ho avuto tante resistenze ad evocare gli spiriti del male per rendere il mio latte fiele, per dissessuarmi… che paura! Ma Lady Machebth lo chiede perché l’immagine della donna madre non permette cattiveria e assassinio, chiede al male di darle la forza perché non la ha e anche lì c’è un marito, un uomo, debole, che si tira indietro, che non vuole più commettere quell’assassinio. E lì forse lei si sente tradita nella mancata promessa di complicità, dal progetto comune, dalla mancanza di coraggio di lui… chiede forza maschile, intesa come distruttrice, contraria a quella materna e creatrice. Deve avere la forza per entrambi, e ormai non riuscendo a tirarsi indietro, perché il processo è avviato, deve tradire sé stessa.

D: Stai lavorando anche ad un monologo tratto dal film “Eyes wide shut” di Kubrick, che parla di un tradimento puramente mentale… Cosa pensi di questa scena? Immaginare di tradire è già tradire?

R: Qua tocchiamo il tema dostoevskiano dei fratelli Karamazov… è colpevole chi medita l’omicidio o chi lo compie? Nel monologo di Kubrick lei gli racconta di quel tradimento mentale dove sarebbe stata disposta a lasciare lui, i figli e tutta la sua vita, per un uomo con cui non ha mai nemmeno parlato, perché il marito continua a darla per scontata, a dirle che lei è incapace di tradire, si sente sicuro e questo la ferisce. Non esprimo giudizi ma lei gli racconta questa cosa anche per ferirlo. E comunque io credo che un tradimento mentale sia un grande tradimento… non solo in campo amoroso.

D: Dante, nella sua “Divina Commedia”, divide i peccatori macchiatisi di tradimento in “categorie”, dalla più lieve alla più grave. Tra le diverse forme di tradimento, quale faresti più fatica a perdonare?

R: Di base, appunto, quello mentale. Essendo io piuttosto sensibile, assolutista, forse un po’ totalizzante, non sopporterei di sentire delle ombre in qualcuno in cui confido. Amici, parenti, amori, colleghi… preferisco una dura verità al tradimento del non detto. Non sopporterei stare con un uomo che non mi ama ma che rimane per dovere o paura… ora sono sposata e vale per mio marito. Le amicizie per esempio… ne ho alcune, le più forti, che vanno avanti anche da 30 anni! Una da quando siamo nate, cresciute quasi in culla insieme. E di questo sono così felice, mi sento fortunata ma c’è stato un lungo lavoro per costruirle ma so che di loro mi posso fidare e per me questo è molto importante. Credo che fiducia e tradimento, come opposti, camminino a braccetto.

Il secondo personaggio con cui ho avuto il piacere di discutere di questo delicato tema è uno dei miei romanzieri preferiti fin da quando, ancora adolescente, mi sono lasciato trasportare dalle avventurose pagine dei suoi “Alexandros”, “Chimaira” o “Lo Scudo di Talos”: Valerio Massimo Manfredi, autore di best seller tradotti in tutto il mondo (circa 12 milioni di copie vendute a livello internazionale) nonché archeologo e conduttore televisivo di fama. Laureatosi in lettere classiche all’Università di Bologna e specializzato in Topografia del Mondo Antico all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Valerio ha poi insegnato a Milano, Venezia, Chicago, Parigi e Ravenna. Oltre ad aver pubblicato una ventina di romanzi e diversi saggi dedicati in particolare all’antica Grecia e più in generale alla civiltà classica, ha condotto le trasmissioni televisive “Stargate – Linea di confine” e “Impero”. Oltre ai numerosi importanti premi, nel 2003 viene insignito della nomina di Commendatore della Repubblica italiana da Carlo Azeglio Ciampi. Alcuni dei suoi libri hanno anche ispirato il cinema, portando ad esempio alla nascita del colossal storico “L’ultima legione” (2007, regia di Doug Lefler); mentre è in previsione un film basato su “Lo Scudo di Talos”.

Se il tema dei tradimenti (com’è naturale in un autore che ha indagato ed espresso in modo eccellente i più diversi aspetti della natura umana) compare a più riprese nei suoi romanzi, è soprattutto a proposito degli ultimi che ho rivolto a Valerio le mie domande. Nel 2012 e 2013 vengono dati alle stampe da Mondadori i due volumi della serie “Il mio nome è Nessuno”, incentrati sulle vicende dell’eroe omerico Odisseo…

D: Odisseo spera che Penelope gli sia rimasta fedele nei lunghi anni d’assenza, ma non si fa molti scrupoli a tradirla in più di un’occasione. Questa sembra una costante della grecità: la paura del tradimento femminile, dal quale si originano solo sciagure (basti pensare alle figure di Elena o Clitennestra), cui fa da contraltare una generale accettazione di certe “leggerezze” da parte del maschio. Un atteggiamento che si riflette in epoche e culture successive, e che in parte verrà ereditato anche dall’Europa cristiana. Quali fattori pensi che abbiano determinato questo sviluppo psicologico e sociale?

R: Odisseo è un personaggio letterario. La sua realtà storica è possibile ma non dimostrabile. Gli usi e i costumi descritti nei poemi di Omero sono in parte tramandati dalla tradizione epica orale, in parte contemporanei al poeta. In ogni caso se prendiamo per buona la sua vicenda così come descritta nell’Iliade e nell’Odissea dobbiamo considerare che Odisseo era un re dell’età del bronzo e cioè di un periodo in cui i maschi in grado e in età di combattere erano il solo presidio di una comunità e la sua sola speranza di sopravvivere. Difendere la comunità era compito esclusivo dei maschi perché il combattimento era un’attività durissima e brutale. Per questo venivano cresciuti nel codice etico che prevedeva la loro “spendibilità” in qualunque momento e i qualunque situazione. A questo facevano riscontro una serie di comportamenti consoni a quella situazione storica e anche una serie di privilegi. Al re si poteva chiedere conto del suo valore in battaglia, della sua imparzialità nel giudizio,della sua saggezza nel governo e del popolo. Nient’altro. Le donne erano rispettate e Penelope si comporta come un capo di stato in assenza del marito. È lei la fonte del potere. Per il resto un uomo aveva il pieno diritto di comportarsi come voleva. Oggi la parità (in parte ancora teorica) dei sessi è giustificata dal fatto che non c’è attività che può fare un uomo che non possa fare anche una donna.

D: Credi che il tradimento sia connaturato ad una mente “multiforme” in grado di ordire intrighi e trovare soluzioni astute, e che, di conseguenza, la fedeltà sia il riflesso di una personalità più semplice e ingenua? O, al contrario, che ci voglia più intelligenza per capire e vivere la fedeltà; mentre il tradimento è la scelta più semplice?

R: Odisseo non ordisce alcun intrigo: si trova nelle situazioni tipiche di un re-marinaio-pirata che vaga su mari sconosciuti. Le donne sono prede (pensiamo a Criseide, Briseide) e il possederne sia in un senso che nell’altro è ragione di prestigio per il guerriero, il principe, il sovrano. Se poi parliamo in senso antropologico quasi tutti i mammiferi superiori sono poligami e l’uomo non fa eccezione. La morale sessuale cambia con le culture e i tempi. La fedeltà è uno degli obblighi che nascono nelle culture stanziali per mantenere l’ordine e la pace all’interno delle comunità. La Bibbia riconosce all’uomo la proprietà della donna: “Non desiderare la donna d’altri” cioè “che appartiene a un altro”. Sara mette Agar nel letto di Abramo perché lei non può avere figli ma appena le nasce Isacco caccia Agar nel deserto con il figlio che porta in grembo sapendo che potrebbe morirvi. Oggi la fedeltà è una scelta che non comporta necessariamente intelligenza ma che si basa soprattutto sul reciproco desiderio, affetto o amore. Essere fedeli a un uomo inerte e stupido o a una donna spenta e indifferente non comporta necessariamente alcun tipo di intelligenza. Solo un’adesione ai principi morali elaborati dalla comunità e dalla religione. Altre volte basta l’incapacità di interessare a se altre donne/uomini o la semplice pigrizia.

D: La stessa presa di Ilio avviene “a tradimento”, grazie allo stratagemma del cavallo, dopo lunghi anni d’assedio infruttuoso. L’astuzia vince a scapito della forza. In un certo senso, questo rappresenta il fallimento dei valori arcaici di onore e prodezza?

R: Odisseo è un uomo di transizione fra un’epoca eroica morente e una nuova epoca di cui ancora non si distinguono i contorni. Vincere è comunque fondamentale; perdere è perdere tutto. Lui capisce semplicemente che l’intelligenza ottiene più facilmente il risultato che la forza. Ma quando è necessaria la forza agisce di conseguenza. Non ha fatto altro per dieci anni.

D: Grandi “traditori” nel mondo omerico sono, in prima linea, gli Dei. Zeus, padre dei Numi, è forse il traditore per eccellenza. Più in generale, possiamo dire che le divinità elleniche non siano mai state dei “modelli morali” ai quali aspirare per condurre una vita virtuosa. Secondo te per quale motivo i Greci hanno preferito adorare delle divinità che condividevano le debolezze della natura umana, piuttosto che idealizzare un pantheon di esseri perfetti?

R: Nella religione giudaico-cristiana Dio fa l’uomo a sua immagine e somiglianza, nella religione olimpica l’uomo fa dio a sua immagine e somiglianza. Nell’ambiente aristocratico dell’epoca il possedere molte donne non era debolezza: era forza, fascino, carisma. La sposa legittima cercava di mantenere i suoi privilegi e la sua parte di potere. Per questo cercava di impedire che il marito perdesse la testa per un’altra donna. Ma esisteva anche l’amore come noi lo intendiamo, quello che unisce uomo e donna in un vincolo fortissimo e in una dimensione magica.

Una breve riflessione prima di chiudere il sipario e lasciarvi alle vostre personali conclusioni: la società, che rispecchia l’attitudine della maggioranza degli individui, si limita spesso a giudicare esteriormente un tradimento. Ad additare il traditore e ricoprirlo di tutta una serie di cliché e facilonerie che nel migliore dei casi alimentano i discorsi da bar o le riviste di gossip, ma nel peggiore dei casi portano ad emarginazione e condanna. Personalmente non mi fa né caldo né freddo sapere che un vip o un capo di stato venga paparazzato in compagnia dell’amante, e lo stesso dicasi per ogni forma di tradimento che sia gettata in pasto all’opinione pubblica. Alla fine, mi dico, chi sono io per giudicare, se non conosco le cause che hanno portato una persona a fare le sue scelte, e domani potrei trovarmi nella stessa situazione, perché è facilissimo passare da questa a quell’altra parte del confine? Ma per fortuna vivo in un paese in cui posso permettermelo, di non giudicare. Un paese in cui non devo scendere in piazza e raccogliere una pietra per lapidare un’adultera. In cui posso pensare che ognuno debba gestire la propria vita come meglio crede, senza che la fedeltà sia la risposta a un dogma religioso o alla legge di un regime, ma la semplice scelta di un cuore.

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