Il Virus Zombie contagia anche il web Il Virus Zombie contagia anche il web

Dopo decine di film, videogiochi e romanzi dedicati ai morti viventi, l’invasione ha coinvolto anche Internet e la dimensione multimediale.

A cura di Mattia Bertoldi. Scrittore.

Foto in apertura: Immagine tratta dalla serie tv “The Walking Dead”, giunta alla 5° stagione (copyright AMC Network Entertainment LLC).

Gli zombie sono tornati! E trattandosi di morti viventi, non poteva essere altrimenti. Radicate alla tradizione vudù di Haiti, queste creature sono al centro di una nuova ondata massmediatica a quasi cinquanta anni dal film cult di George A. Romero, La notte dei morti viventi (1968). Libri, film, fumetti, serie televisive… Gli zombie sono di nuovo tra noi. Guardatevi le spalle.

Un’orda inarrestabile

All’inizio fu soprattutto il cinema a propagare l’immagine dello zombie nell’immaginario collettivo occidentale. Detto dell’avvento romeriano (seguito da Dawn of the Dead nel 1978), gli anni Settanta e Ottanta videro la nascita di numerosi lungometraggi sia sul versante statunitense, sia su quello italiano: pellicole perlopiù horror di qualità molto oscillante, incluse alcune chicche paradossalmente comiche come il combattimento tra un morto vivente e uno squalo sott’acqua (Zombi 2, di Lucio Fulci). Già in quegli anni si registrarono tuttavia esperimenti e contaminazioni di vario genere, dalla pellicola comica Io zombo, tu zombi, lei zomba (1979) di Nello Rossati alla fusione tra film dell’orrore e pornografia con Le notti erotiche dei morti viventi (1980) di Joe D’Amato.

Era un’epoca in cui la presenza del fenomeno nella cultura pop era ormai data per assodata. Lo dimostrarono nel 1983 il videoclip-cortometraggio di Thriller – in cui un Michael Jackson venticinquenne si trasforma in un non-morto e guida un plotone di suoi simili in un celeberrimo balletto – e il primo numero del fumetto “Dylan Dog”, apparso nelle edicole italiane tre anni più tardi e intitolato L’alba dei morti viventi.

Negli anni Novanta la produzione cinematografica fu affiancata da quella videoludica con la nascita delle serie Resident Evil e The House of the Dead tra il 1996 e il 1997, seguiti da Shadow Man (1999) in cui il giocatore si immergeva nel mondo della magia nera vudù impersonando uno schiavo zombie. Poi, arrivarono gli anni Duemila e l’esplosione multimediale del fenomeno.

Successo trasversale

Nell’ultima dozzina di anni i morti viventi si sono diffusi dappertutto, creando nuove e interessanti contaminazioni. Nel mondo dei fumetti è nata nel 2003 la serie The Walking Dead in cui le creature non-morte fanno da sfondo alle dinamiche comportamentali dei sopravvissuti. “Con questa saga – ha ricordato il creatore Robert Kirkman – “intendevo indagare i modi in cui le persone reagiscono alle situazioni estreme e come ne escono cambiate”. Un’opera che, a partire dal 2010, ha anche ispirato il seguitissimo telefilm omonimo che lo scorso 30 marzo ha tenuto attaccati agli schermi televisivi oltre 15 milioni di statunitensi durante l’ultimo episodio della quarta stagione. E non c’è così da stupirsi se l’attesa dei fan per il varo della quinta stagione (previsto per il 12 ottobre) sia febbricitante.

Interessanti anche gli sviluppi legati alla Settima Arte con film ispirati a Resident Evil a partire dal 2002, rifacimenti dei classici anni Sessanta e Settanta (L’alba dei morti viventi di Zack Snyder nel 2004 e Day of the Dead di Steve Miner nel 2008) e interessanti novità sia sul fronte horror, sia su quello parodistico, come visto in 28 giorni dopo di Danny Boyle (2002), l’Alba dei morti dementi di Edgar Wright (2004) o Benvenuti a Zombieland di Ruben Fleischer (2009).

La continua reinterpretazione di un essere che sembrava irregimentato a una certa caratterizzazione ha portato alla nascita di numerosi dibattiti: lo zombie è lento e ciondolante come nei classici di Romero o ha il diritto di correre per raggiungere più facilmente le prede e rendere i film più adrenalinici? Il virus ha natura farmaceutica, biologica o è meglio tacerne per favorire la nascita di interpretazioni biblico-apocalittiche? E così via.

Ovviamente, anche i videogiochi hanno cavalcato quest’onda con nuovi titoli: la serie di Dead Rising (dal 2006 in avanti) ci ha dato la possibilità di affettare migliaia di morti viventi alla volta, usando centinaia di armi e oggetti diversi; Red Dead Redemption: Undead Nightmare (2010) ha combinato il mondo western del multipremiato titolo Rockstar con un’espansione zeppa di nemici decrepiti e affamati di carne umana; Dead Island (2011) ci ha trasportato su un’isola in cui un resort paradisiaco si tramuta in un inferno zombie; The Last of Us (2013), infine, ci ha regalato una delle storie più avvincenti ed emozionanti di sempre, incentrata sul rapporto tra un uomo dalla scorza dura e una ragazzina che sembra possedere il segreto per trovare un vaccino in grado di salvare l’umanità.

L’invasione sfocia nelle librerie

La novità più lampante è però data dallo sviluppo di una vera e propria corrente letteraria dedicata al genere: al di là dei classici romanzi di natura apocalittica – da Apocalisse Z di Manel Loureiro nel 2008 a World War Z (2006) di Max Brooks, alla base dell’omonimo kolossal distribuito nel 2013 con protagonista Brad Pitt – è interessante sottolineare la nascita di prodotti ibridi che hanno sfruttato il tema zombie in maniera inedita. Uno dei casi più noti è il Manuale per sopravvivere agli zombie del già citato Brooks, edito nel 2003: un saggio quasi scientifico su come prepararsi al meglio in caso di invasione. Poi c’è stata la libera reinterpretazione di Seth Grahame-Smith del capolavoro di Jane Austen (Orgoglio e pregiudizio e zombie), la commedia romantica Finché zombie non ci separi di Jesse Petersen e la storia d’amore tra un morto vivente e un’adolescente in Warm Bodies di Isaac Marion (seguito dall’omonimo film nel 2013).

Tutto qui? Non proprio, perché il virus ha contagiato anche il Web…

Un nuovo mondo virtuale…

L’idea di creare un blog in cui raccontare di un’ipotetica invasione zombie si è diffusa negli ultimi anni soprattutto negli Stati Uniti. Tra i più fortunati autori provenienti da questa dimensione c’è sicuramente J. L. Bourne che ha poi trasposto la propria esperienza virtuale su carta con tre fortunati volumi tradotti anche in italiano: Diario di un sopravvissuto agli zombie, Oltre l’esilio e La clessidra infranta.

In Italia ha invece fatto sensazione a partire dal 2010 la Pandemia Gialla, che ha coinvolto centinaia di internauti spingendoli a raccontare la loro vita in un mondo travolto da un misterioso virus. E anche nel nostro cantone, a partire dal dicembre 2013 e fino ad aprile 2014, Cristiano Camporosso (mio alter ego narrativo) ha affrontato l’orrore in un viaggio tra Pedrinate e Airolo con destinazione Zurigo, sopravvivendo a un Ticino infestato dai morti viventi e raccontato nel blog “Ticino Zombies” (http: // ticinozombies.blogspot.ch).

Qualcuno si chiederà: perché aprire un diario online in cui ipotizzare una realtà distopica fatta di morti viventi, nascondigli e sopravvivenza? Be’, perché lo strumento si presta perfettamente a quella immersione in un universo narrativo dove il patto di finzione tra narratore e lettore è sì esplicito, ma comunque saldo. Chi sceglie di tenersi aggiornato su qualcosa che non sta succedendo (ma con un realismo tale da portarlo a credere che sta succedendo) firma un atto di sospensione all’incredulità identico a quello che sta alla base di film e romanzi, solo in maniera più immediata. La massima attenzione alla verosimiglianza degli eventi ha indirettamente portato milioni di persone a chiedersi: cosa farei e come mi difenderei, se il virus si diffondesse domani mattina? E alcuni, addirittura, hanno studiato un preciso piano.

… con influenze sulla realtà

Nel 2012 il canale televisivo National Geographic ha lanciato una serie di documentari intitolata “Doomsday Preppers” con protagonisti i cosiddetti survivalisti, ovvero coloro che vivono nella preparazione di un evento apocalittico che potrebbe sconvolgere le sorti dell’umanità. Accumulo di beni alimentari, installazione in casa di sistemi volti all’autosufficienza energetica, addestramento all’uso di armi bianche e da fuoco: molte di queste persone non sanno identificare che cosa travolgerà la Terra (se gli zombie o il riscaldamento globale), ma sentono l’esigenza di esser pronti a ogni evenienza.

E se su Internet si vendono kit di sopravvivenza e si forniscono istruzioni su come riciclare l’acqua piovana o allestire un bunker anti-atomico, è notizia di qualche mese fa che l’ufficio della difesa militare statunitense ha allestito già nel 2011 un piano di emergenza in caso di invasione zombie denominato “CONOP 8888″. Secondo quanto emerso, l’universo dei morti viventi rispondeva alla necessità di ipotizzare un disastro su scala nazional-globale, ma senza per questo allarmare l’intera popolazione con il coinvolgimento di Paesi o entità reali. Era quindi necessario riferirsi a una creatura fittizia per dare al Pentagono la possibilità di allestire un banco di prova pseudo-reale, dove svolgere (sempre sulla carta) operazioni e missioni di vario carattere. “Nessuno a Washington pensa che possa veramente diffondersi un virus in grado di tramutare le persone in zombie”, ha affermato tra le righe una portavoce della Marina a fine maggio. D’accordo, ma come molte opere ci insegnano: non si sa mai.

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