Il linguaggio segreto di Sinfield Il linguaggio segreto di Sinfield

A cura di Sebastiano B. Brocchi

Words and illumination. È questo il credito di Peter Sinfield sulla copertina dell’album “In the Court of the Crimson King” (1969). Titolo che, in un’ottica puramente concertistica, andrebbe tradotto come “paroliere e addetto alle luci sceniche” della band progressive King Crimson, ma che costituisce in realtà un elegante e sottile gioco di parole: Sinfield fu molto di più per il gruppo inglese nato, morto e risorto più volte dal ’69 a oggi. Fu una vera e propria guida spirituale, un maestro di esoterismo, che nutriva i membri del Re Cremisi con ispirazioni, letture ermetiche e testi intrisi di un criptico misticismo. Perciò “words and illumination” andrebbe letto piuttosto come “parole e illuminazione”, ovvero parole che conducono all’illuminazione. Ad oggi la poetica sinfieldiana è stata studiata e interpretata da diversi autori; il suo spessore e la sua profondità non sono in discussione, né serve questo mio modesto intervento a svelare che le canzoni del londinese facciano un erudito e ricorrente utilizzo di simboli, metafore e allegorie spesso presi in prestito dall’Alchimia o Ars Regia (Arte dei Re). Un discorso che vale a partire dal nome della band (ideato da Sinfield prima ancora che il gruppo si formasse), in quanto Re Cremisi o Re Rosso è uno dei molti modi con cui gli Alchimisti si riferivano alla loro Pietra Filosofale, simbolo di quella stessa illuminazione alla quale abbiamo accennato pocanzi. Pietra Filosofale, e non certo Demonio come hanno voluto asserire poco seri esegeti dell’opera crimsoniana, basandosi forse sul facile travisamento delle parole di Fripp (fondatore e chitarrista del gruppo) che identificava il King Crimson con Belzebù; salvo poi aggiungere che con Belzebù non si riferiva ad un qualche demone o diavolo bensì (questa l’etimologia preferita sia da Fripp che da Sinfield) all’Uomo con uno scopo. Infatti la Pietra Filosofale è fondamentalmente questo: l’apertura degli occhi interiori allo scopo dell’esistenza. A cosa serve dunque il mio articolo se, di fatto, il sottofondo ermetico delle strofe di Sinfield è già stato scoperchiato? Se non altro la mia speranza è quella di dimostrare come gli sguardi finora gettati in questo cilindro da prestigiatore non siano riusciti a scalfire che superficialmente il mistero della sua poetica. Io, invece, spiegherò tutto quello che c’è da sapere? Tutt’altro. Ma vorrei tentare di gettare lo scandaglio per mostrare che ci si avventura, qui, in un mare dagli abissi molto più lontani e insondabili del previsto. Per farlo ho scelto di prendere in esame una sola canzone, o meglio una suite, per altro una delle più difficili del panorama crimsoniano: sto parlando di “Lizard”, e della canzone ad essa collegata come una sorta di seguito, intitolata “The Battle of Glass Tears”. Entrambe appartengono all’album “Lizard”, pubblicato nel 1970. Premetto, intanto, che le interpretazioni prevalentemente di stampo ermetico che prenderò in esame per tentare di scalfire i segreti di “Lizard” non sono e non vogliono essere l’unica via percorribile nella lettura di un autore come Sinfield, il quale amava mescolare nel calderone delle rime uno spettacolare mosaico di critica sociale, allusioni a fatti d’attualità, citazioni, un malcelato anticlericalismo, continui elogi della natura e una frizzante ironia. Ma addentrarci in tutto questo e riuscire a districare il fine ultimo di ogni frase, sapere se con una certa rima l’inglese accarezzasse idee più alchemiche o politiche, sarebbe un’impresa impari e forse persino vana. Solo Sinfield ne custodisce il significato, e con ciò voglio dire che egli sia l’unico a conoscere intimamente lo scopo dei suoi versi.

Pete Sinfield negli anni 70', poeta, musicista e produttore

Prima di tentare una qualsiasi interpretazione bisogna tuttavia scontrarsi con i limiti linguistici: purtroppo le traduzioni dei testi sinfieldiani differiscono spesso in diversi passaggi, in quanto generalmente una canzone non viene tradotta letteralmente ma si cerca di restituirne il senso “musicale” trovando al contempo dei compromessi che ne mantengano una certa struttura logica. Ma quando ci si trova di fronte ad un testo di Alchimia è necessario dimenticare le costruzioni razionali e la traduzione “che suona bene”. Bisogna partire da una traduzione che si avvicini il più possibile al senso letterale delle parole, affinché da questo si possa iniziare ad esplorarne la vastità. Ci si dimentica facilmente della vastità delle parole, del fatto che una lingua sia qualcosa di profondo, stratificato, come la materia alchemica: stratum super stratum (strato su strato). Uno scrittore di talento come Sinfield la utilizza con grande maestria, ne sfrutta i giochi, gli “Indoor games” (titolo di un’altra canzone crimsoniana che oltre a “giochi domestici” può tradursi come “giochi all’interno”). L’inglese è una lingua molto versatile i cui vocaboli si prestano a molteplici possibilità di traduzione, e l’inglese delle poesie di Sinfield in particolare non va scorso rapidamente ma letto e soppesato con la dovuta calma. Pensiamo proprio alla prima riga di “Lizard”: Farewell the temple master’s bells. Tra le traduzioni che ho trovato: “Addio alle campane del Gran Maestro del Tempio”, oppure “Addio alle campane del Tempio Maestro”. Ma allora? Parliamo di un sacerdote o di un edificio? Se poi considerassimo che la parola “master” può essere tradotta come: maestro, specialista, originale, maggiore, capo, leader, proprietario, padrone, esperto, professore, signore, capitano, artigiano, capofamiglia, campione o dominatore, possiamo facilmente renderci conto di quanto sia laboriosa la ricerca della più autentica intenzione di un autore, soprattutto se questo autore affida i propri messaggi a versi enigmatici e apparentemente privi di un senso compiuto…

Se parlassimo di un Gran Maestro del Tempio, ci potremmo riferire (come sostiene più d’un critico) allusivamente al clero e alla Chiesa; ma anche, perché no, al Venerabile di una Loggia massonica; o ancora, volendo considerare un’interpretazione interiorizzata, a Dio stesso (“Non sapete voi che siete il tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio abita in voi?”, Corinzi, 3,16).

His kiosk and his black worm seed è il secondo verso, tradotto come “Al suo chiosco e al seme del bruco nero”. Difficile trovarvi una logica. Ma Sinfield avrà davvero voluto dire “seme del bruco nero”? Forse. Ma se solo considerassimo altri “incastri”, altri possibili modi di legare le parole, scopriremmo che mentre black worm è una specie di lombrico (nome scientifico Lumbriculus variegatus), worm seed è un nome che può riferirsi a due diverse specie botaniche: l’Artemisia cina e la Dysphania ambrosioides (anche nota come Jesuit’s tea o Herba Sancti Mariae, cosa che potrebbe legarla all’ambientazione clericale del primo verso della canzone)… Personalmente, propendo per un’ulteriore e diversa interpretazione. Ritengo che se davvero Sinfield avesse voluto indicare il seme di un bruco nero, avrebbe probabilmente utilizzato il genitivo sassone black worm’s seed. Perciò preferisco leggere il verso come “il nero seme del lombrico”. Avete già fatto caso ai piccoli mucchietti neri di terra che il lombrico “semina” nei prati segnalando la propria presenza? Una risorsa fondamentale per la fertilità della terra, come sa ogni giardiniere. Ora, la “terra nera e fertile” che caratterizzava le regioni d’Egitto rese limacciose dalle piene del Nilo, la kemet, è ciò che ha dato il nome alla disciplina dell’Alchimia (Al-kemet) poiché, come il contadino trae un dorato raccolto dalla terra nera, così l’Alchimista si propone di trovare l’oro nel piombo o, dal punto di vista spirituale, la divinità nell’uomo. Saltando alcuni versi per motivi di spazio, arriviamo all’altrettanto enigmatica frase: Scar the sacred tablet wax on which the Lizards feed (e sfregiano la sacra tavola di cera su cui vengono nutrite le Lucertole). Anche questa frase apparentemente priva di significato trova una sua spiegazione grazie ai segreti dell’Ars Regia. Partiamo dalla lucertola. Essa è un simbolo poco usato, sebbene possa essere in parte assimilata alla ben più diffusa salamandra (animale che si pensava vivesse e si nutrisse nel fuoco), o al drago (dalla simbologia piuttosto ambigua). La lucertola appare cionondimeno in alcuni particolari emblemi. Uno fra tutti, quello di Federico II Gonzaga di Mantova, accompagnata dal motto Quod huic deest me torquet (Ciò che a costei manca, mi tormenta). Il soggetto sarebbe l’amore, in quanto si riteneva che le lucertole non fossero in grado di provarlo; a differenza del “romantico” Duca. Ritengo però che con ciò il nobile mantovano non si riferisse tanto all’amore profano, bensì a quell’amore cantato dai Fedeli d’Amore ai tempi di Dante e che nella poetica delle corti rinascimentali rimaneva spesso sinonimo di qualcosa di divino e segreto (si pensi al misterioso manoscritto dell’Hypnerotomachia Poliphili e agli ideali che l’hanno ispirato, come riportato nel mio romanzo “L’Oro di Polia”, Kimerik, 2011).

Doppia copertina del terzo album dei Kin Krimson, Lizard (1970), disegnata da Gini Barris

È importante questo punto, poiché l’Amore sacro cui alludono i poeti e i mistici non è diverso da quel Fuoco segreto di cui parlano invece gli Alchimisti, ovvero ciò che differenzia la lucertola dalla salamandra. La lucertola, animale a sangue freddo che striscia sulla terra ma cerca i raggi del sole per scaldarsi, indica l’anima priva di Amore sacro. La salamandra, al contrario, è quell’anima che vive e si nutre nel fuoco di quell’Amore. Scopo dell’Alchimista è innescare questa trasformazione, “accendere” la lucertola con le fiamme che possano mutarla in salamandra. Ed è qui che ci ricolleghiamo al verso di Sinfield. Esiste, infatti, un manoscritto alchemico pubblicato in Germania tra il XVII e il XVIII secolo e attribuito al persiano Zoroaster, intitolato “Clavis Artis” (Le Chiavi dell’Arte), fra le cui bellissime illustrazioni se ne trova una che non riesco a non accostare alla canzone crimsoniana. Vi si può osservare un Gran Sacerdote (Temple Master) che sta nutrendo una lucertola (the Lizards feed) su una tavola o altare (the sacred tablet wax), versandole in gola una pozione guarda caso color rosso cremisi. Dalla gola “incendiata” della lucertola si sprigionano allora roventi fiamme. Essa è dunque diventata una salamandra. Nell’ottica di quanto precedentemente considerato, ritengo che il Gran Sacerdote (alle cui campane l’uomo ordinario dice “addio” nel senso che si è disabituato a fidarsi della propria intuizione ispiratrice) indichi il “maestro interiore” la cui voce invita l’Iniziato a lasciare che la sua anima si accenda d’Amore. A quel punto, come scrisse il mistico persiano Mevlana Jalaluddin Rumi, “Con l’amore la vostra voce interiore troverà una lingua, che crescerà come un muto candido giglio nel cuore”. E non è forse a questo che alludono i King Crimson cantando che Lizard bones become the clay, and there a Swan is born (Le ossa della Lucertola diventano argilla, e là un Cigno è nato)?

Le parole di Sinfield sono un puzzle, un geniale rompicapo, un bellissimo mosaico di saggezza in cui ogni tassello va girato e rigirato come in un cubo di Rubik. Come nella frase The reapers name their harvest dawn (i mietitori chiamano alba il loro raccolto), che ancora una volta, come tale, ha poco senso. Ma se consideriamo che reaper, oltre al mietitore, indica in senso figurato la morte (the Great Reaper), e al contempo dawn non è solo l’alba celeste ma anche la nascita, il verso può significare che “la morte chiama nascita il suo raccolto”, poiché l’Alchimista deve imparare che ogni nascita e rinascita necessita la morte di uno stato precedente dell’essere (quello che è accaduto, in fondo, anche alla band inglese con i suoi numerosi scioglimenti e resurrezioni). E la canzone “Lizard” si riferisce, ermeticamente, proprio alla nascita, morte e rinascita dell’Amore nel cuore dell’uomo in diverse forme, via via più sottili, come in una progressiva scrematura o distillazione, fino a farlo coincidere con l’Amore in senso assoluto. Morta la lucertola nasce un cigno e, dopo il cigno, ecco comparire il bellissimo pavone (Now tales Prince Rupert’s peacock brings), animale associato a Venere, Dea dell’Amore. Si aggiunga che, secondo una diffusa convinzione, le lucertole sarebbero spaventate e tenute lontane dalle piume di pavone! In senso simbolico, l’anima vuota della lucertola (your reason’s hollow vote) si allontana con il sopraggiungere dell’anima divenuta sposa dello Sposo Celeste, rappresentato dal pavone. Proprio questo meraviglioso uccello troneggia nell’ampolla dell’Alchimista giunto a padroneggiare il dono di Venere, in uno dei libri che, almeno a mio parere, hanno maggiormente influenzato l’album “Lizard” anche per quanto riguarda la copertina del disco. Sto parlando dello “Splendor Solis” (1532-1535) di Salomon Trismosin. Mettendo a confronto la copertina dell’album crimsoniano con le bellissime immagini di questo manoscritto rinascimentale, i più attenti troveranno non meno di una decina di soggetti analoghi. Si colga, inoltre, l’affinità tra il titolo del brano solo strumentale dell’album dei King Crimson, “The Peacock’s Tale” (Il Racconto del Pavone), e il modo in cui viene titolata la tavola illustrata del pavone nel libro di Trismoin, “The Peacock’s Tail” (La Coda di Pavone); dove “Tale” e “Tail” hanno, in inglese, praticamente la stessa pronuncia.

C’è, infine, un ultimo percorso che vorrei tentare di indicare per decifrare questo piccolo capolavoro ermetico di Sinfield. Anche se non mi risulta che qualcuno ci abbia già fatto caso (come del resto a gran parte delle considerazioni finora emerse), ho notato alcune curiose concomitanze tra le parole iniziali dei versi della canzone. Mi riferisco a curiosi accostamenti, vere e proprie “combinazioni di parole” che hanno fatto nascere nella mia mente il sospetto che il testo sinfieldiano possa celare un acrostico. L’acrostico non è altro che un “testo nel testo”, che si costruisce unendo le iniziali (lettere o parole) di ogni riga della poesia. Tra le coppie di parole che hanno catturato la mia curiosità in questo senso ne segnalerei una decisamente significativa: gli ultimi due versi del ritornello iniziano, rispettivamente con le parole “burn” e “stake”. Ora si dà il caso che queste due parole, in inglese, se isolate vanno tradotte come “brucia” e “palo”. Quando accostate, invece, assumono un significato del tutto diverso: burn at the stake significa “bruciare al rogo”. Questo particolare significato mi ha, come dire, messo la pulce nell’orecchio, dato che parliamo di una canzone “eretica” di un poeta “eretico” che si divertiva a nascondere la sua saggezza in versi apparentemente senza senso… Così poco non bastava certo per poter vedere in “Lizard” un acrostico. Ma proviamo ad estendere il giochetto al resto del ritornello. Wake, wear, burn, stake. Una traduzione letterale sembra ridicola: Sveglia, indossa, brucia, palo. Ma ricordiamo quanto detto in precedenza: le parole sono abissi profondi. Ci si accorgerebbe allora che “wear”, oltre a vestire o indossare, significa anche “sopportare”. Eh, beh, c’è già una bella differenza, poiché in questo caso l’accostamento delle suddette quattro parole ci porta ad un concetto piuttosto forte: Svegliarsi impone di sopportare il rogo. Parliamo chiaramente di un risveglio metafisico, quello esplicitamente evocato da Sinfield: Wake your reason’s hollow vote (Sveglia il voto vacuo della tua ragione). Il rogo cui allude questo (ipotetico) acrostico potrebbe essere anche figurato, una denuncia di Sinfield ad un sistema sociale, religioso e culturale che da sempre condanna chi si discosta dal pensiero comunemente accettato. Trascrivo qui di seguito una personale traduzione che propongo per i versi formati dall’acrostico considerando tutto il testo di “Lizard” e “The Battle of Glass Tears”. Non mancano certo passaggi criptici o illogici, ma questo, del resto, vale anche per la poesia letta in senso “orizzontale”. Dopodiché sta a voi scegliere se accettare questa ipotesi o considerarla semplicemente un vaneggiamento interpretativo…

Farewell his (addio al suo) courtship with (corteggiamento, ma anche “relazione sentimentale”, “legame affettivo”) for (per, che si può leggere come “a causa di”) make scar on (fare uno sfregio, ferire o lasciare un segno). Wake, wear, burn stake (svegliarsi, sopportare il rogo). Go the All (diventare il Tutto) will now across Lizard (sarà, ora, attraversare la Lucertola) and gone round visions (che può significare “e passate visioni” oppure “e diffuse visioni”) of now of prophets (“dell’adesso di profeti” o ancora meglio “dell’ora dei profeti”) and night around old hides sentries (e la notte attorno vecchie sentinelle) blow burnt dawn’s (blow significa “soffiare” ma anche “sollevare”, dunque solleva un’alba o un’aurora; mentre burnt, “bruciata”, può intendersi come “fiammante”, dunque “solleva un’aurora ardente”) three spit forming by (che credo di poter tradurre come “formata da tre sputi” sebbene la parola spit appaia qui al singolare). Perciò, ricapitolando, ecco cosa ricavo:

Addio alla sua relazione, a causa di uno sfregio. Svegliarsi, sopportare il rogo. Diventare il Tutto sarà, ora, attraversare la Lucertola, e passate le visioni dell’ora dei profeti, e la notte intorno a vecchie sentinelle nascoste, solleva un’aurora ardente, formata da tre sputi.

Quale potrebbe essere il significato di questi versi celati, di questa “poesia nella poesia”? Credo che la prima frase si riferisca ad una simbolica cacciata dall’Eden. Il rapporto spezzato tra l’Anima e il Logos è stato più volte messo in scena nei testi sacri, allegorici o mitologici. Un tema che in qualche modo ammicca anche al “Paradise Lost” di Milton con la caduta dell’angelo Lucifero tra le fiamme infernali. Una separazione originaria che dà il via ad una condizione di (apparentemente) eterna sofferenza dell’anima sposa che rimpiange il Dio sposo, come gli amanti del “Cantico dei Cantici”. Lo scar (sfregio, ferita, cicatrice) cui allude la poesia sarebbe, in quest’ottica, la perdita di memoria subita dall’anima che, nascendo nel mondo, perde la consapevolezza della propria divinità. Tuttavia, interpretando la coltura del frutto edenico come l’acquisizione della coscienza senza la quale condividere la natura divina sarebbe una condizione sterile, è chiaro che sia necessario “Svegliarsi” sebbene questo possa voler dire lasciare il paradiso e sopportare le fiamme di un rogo che però è qui anche immagine di un percorso di crescita e purificazione, come il processo di purificazione dell’oro nel crogiolo alchemico (cfr. “Siracide” 2,5). L’ipotetico acrostico sinfieldiano, lascia adito alla speranza, poiché ci parla di un ritorno al Tutto. Si dà il caso, infatti, che “il Tutto” (come si può leggere persino su Wikipedia alla pagina “The All”) corrisponda alla visione ermetica del divino, il quale è detto l’Uno e il Tutto. Attraversare la Lucertola per diventare il Tutto è una frase che acquista significato se si considera, oltre a quanto spiegato in precedenza sulla lucertola, che anche il Karma (la concatenazione di cause ed effetti che mantengono l’anima separata dal Tutto secondo le dottrine orientali) era anche simbolizzato, in India, dal coccodrillo Makara, ed è facile accostare questo rettile alla “Lucertola” crimsoniana.

Le visioni dell’ora dei profeti mi sembrano un’allusione all’Apocalisse, la “rivelazione” che pone fine a questa separazione dell’anima dal Tutto. Sempre alle profezie dell’Apocalisse potrebbero riferirsi le sentinelle nascoste nella notte (vedi ad esempio “Isaia” 21,6-9 che anticipa i passi di “Apocalisse” 18,1-2), ma anche al già citato “Cantico” (3,1-3). L’aurora ardente (“Cantico”, al versetto 6,10) è la conclusione dell’opera alchemica, la nascita del Re Cremisi o Pietra Filosofale. “Formata da tre sputi” può leggersi come sinonimo di “benedetta”, in quanto sputare tre volte è un rito propiziatorio diffuso in moltissimi paesi come gesto di benedizione… Alla fine, l’idea che “Lizard” possa leggersi come acrostico potrebbe non essere così folle, o forse sì, se è vero che molta follia è suprema saggezza per un occhio che capisce (Emily Dickinson)…

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