Alejandro Jodorowsky Alejandro Jodorowsky

Alejandro Jodorowsky

Cultura Alice Cacciatore

A cura di Sebastiano B.Brocchi, scrittore.

Il Poetico giocoliere della sapienza

Le sue biografie dicono che egli sia uno scrittore, fumettista, saggista, drammaturgo, regista teatrale, cineasta, studioso di tarocchi, compositore e poeta cileno naturalizzato francese. Io preferirei definire Alejandro Jodorowsky Prullansky un mistero da decifrare. La sua creatività avanguardista e prorompente, il suo fecondo eclettismo, la sua incrollabile volontà di scavare le cose alla ricerca di un senso profondo – ma anche la capacità d’incantarsi senza porre domande di fronte alla poesia che pervade l’universo – fanno del Nostro un tripudio di sfaccettate e sibilline visioni dal significato solo in parte avvicinabile. Artista policromo, il cui messaggio riesce ad attraversare con la stessa agilità ed efficacia i più diversi campi espressivi, Jodorowsky è sicuramente uno dei grandi geni del nostro tempo. Tuttavia, la sua opera si esprime sempre su (almeno) due livelli distinti: quello fruibile dal grande pubblico (si fa per dire, non essendo comunque un autore mainstream) il quale potrà restare colpito dalle immagini forti, incuriosito dai tanti veri o apparenti nonsense, catturato dalle visioni surrealiste di sicuro impatto emotivo; e quello più squisitamente esoterico, in cui il creativo di Tocopilla riversa tutto il suo amore per le tradizioni ermetiche e la loro simbologia dai significati occulti; e che risulterà quindi ancor più “di nicchia”, per quell’esigua fetta di pubblico che raccoglierà la sfida. Più in generale, dovremmo ricordarci che il recupero e la riscoperta di tradizioni esoteriche soprattutto legate alla mistica orientale ha caratterizzato molti intellettuali e geniali creativi del secolo scorso e fu particolarmente in voga negli anni ’60 e ’70, diventando un vero e proprio fenomeno di costume. Ma se per molti si trattò appunto solo di una moda superficialmente accarezzata, Jodorowsky fa parte della cerchia di quanti vi si dedicarono in modo molto più serio e approfondito. Gli giovarono sicuramente, in questo senso, anche le diverse importanti frequentazioni in questo ambito, come l’enigmatico e assai discusso personaggio di Reyna d’Assia, presunta figlia del celebre filosofo e mistico armeno Georges Gurdjieff. Allo stesso Gurdjieff sarebbe dovuto fra l’altro (il condizionale è d’obbligo poiché alcuni parlano di una rielaborazione di modelli Sufi o tratti dall’alchimia europea) il disegno chiamato enneagramma utilizzato come ciondolo dallo stesso Jodorowsky nei panni di Alchimista in uno dei suoi film. Jodorowsky, un mistero da decifrare, dicevamo, pur ricordando che non sempre e non tutti i misteri vadano effettivamente decifrati. Il bello di alcuni enigmi è proprio che – almeno una parte di essi – resterà sempre sospesa in un alone di fantastica inviolabilità, ed è appunto in questo che consiste la loro Poesía sin fin (ovvero Poesia senza fine, titolo, fra l’altro, dell’ultimo film di Jodorowsky).
Diciamolo subito: la poetica – letteraria ma soprattutto visiva – di Jodorowsky non è sempre aulica e non nasce per farci sognare con la delicata raffinatezza onirica che il termine stesso di “poesia” potrebbe ingannevolmente suggerire. Anzi. Ci troviamo di fronte a quella che definirei una tangibilissima poetica dell’atto – il che ci rimanda, curiosamente, all’etimologia paradossalmente prosaica di poesia dal latino poësis a sua volta risalente al greco poíēsis derivato di poiéō che significa “faccio, produco”. L’arte di Jodorowsky è psicomagia, per usare un termine da lui stesso introdotto, in cui l’azione fortemente evocativa cerca di suscitare una risonanza nella psiche, in vista di un auspicato cambiamento interiore dello spettatore. Da un’analisi anche solo superficiale risulterà chiaro che nel Nostro convivano inferni e paradisi dai violenti contrasti, poiché egli si dimostra sempre pronto a stupirci, impressionarci (sta a voi scegliere se nel senso buono o in quello peggiore) con accostamenti imprevisti e improponibili tra il bello e l’osceno, l’erotico e il tecnologico, il sacro e il profano, lo ieratico e il circense, l’ilare e il mistico, l’orripilante e il rasserenante, il ricco e il misero. Le immagini più grossolane e truculente convivono con atmosfere ben più rarefatte, quasi da quadro antroposofico, o vivacemente psichedeliche, in movimentati carnevali che per la loro stravagante fauna e umanità richiamano i giocosi incubi e le improbabili ibridazioni di un Hieronymus Bosch.  Ma se il trittico delle delizie del bizzarro e sconvolgente surrealismo jodorowskyano, almeno sul fronte fumettistico, si configura in particolare con le tre saghe fantascientifiche de “L’Incal” (1981-1988), “La Casta dei Meta-Baroni” (1998-2003), “I Tecnopadri” (1998-2006); cinematograficamente parlando si compone invece, in particolare, da tre titoli usciti a cavallo tra gli anni ’70 e ’80: sto parlando di “El Topo”, “La Montagna Sacra” e “Santa Sangre”. Opere che pur costituendo, in fondo, soltanto un assaggio di un banchetto ben più vasto (decine tra film, libri e opere teatrali) bastano comunque per inquadrare i sapori salienti serviti dal maestro cileno. Ma volendo operare un’ulteriore scrematura, distillare l’essenza più intima dell’esoterismo di “Jodo”, potremmo identificare nella sola “montagna sacra” una vera e propria chiave di volta in cui il Nostro ha saputo racchiudere con grande maestria alcuni dei maggiori capisaldi della via iniziatica intesa in senso universale. Tra i fili tesi in questo telaio riconosceremo quasi tutti i simboli e i personaggi feticci del regista, che poi ritroveremo “sparpagliati” un po’ ovunque nel resto della sua opera monumentale: Jodo ama citare sé stesso e lo dimostra a più riprese, disseminando qua e là elementi che richiamano i suoi lavori precedenti o che anticipano i suoi progetti futuri, creando al contempo utili collegamenti concettuali in questa collana filosofica di non sempre immediata comprensione.
Uno dei leitmotiv jodorowskyani è sicuramente quello della deformità, che si esplica nella costante presenza di cosiddetti freaks (fenomeni da baraccone). In parte legato all’immaginario circense (altro aspetto ricorrente), quello dei freaks potrebbe però costituire anche un anello di congiunzione con simboli di derivazione più antica e celare significati di varia lettura. Il nano, che in Jodorowsky così come nella letteratura e nel folklore è spesso legato alla componente ctonia (la terra, il sottosuolo) così come sotterranei erano i Nibelunghi custodi di un favoloso tesoro nel medievale “Nibelungenlied”. Ma se in “El Topo” la comunità dei nani e deformi del villaggio ipogeo ci viene presentata come un’umanità positiva e ingenua, di un’innocenza quasi edenica se rapportata al mondo traviato dell’umanità in superficie (un ribaltamento in cui il vero inferno non è quello inferiore); il nano monco che accompagna il protagonista de “La Montagna Sacra” si configura invece con connotazioni negative: rappresenta la sua ombra, il mostro interiore di cui liberarsi. Non è detto però che le due letture si contraddicano a vicenda: è infatti solo dall’incontro con l’ombra, la deformità di una “sostanza interiore” non ancora lavorata, che l’uomo può iniziare il proprio cammino. Riconoscendo la propria natura senza maschere e complessi, bensì trovandosi nudo di fronte alla cruda realtà del proprio essere. Poiché, alchemicamente parlando, “questa è la pietra che chi la conosce stima più dei propri occhi; chi invece non la conosce, la getta nello sterco, eppure essa è la medicina che scaccia la miseria, e l’uomo non ne ha di migliori dopo Dio” (Tommaso d’Aquino, “Aurora Consurgens”). Il nano deforme andrebbe quindi assimilato anche alla divinità egizia Bes, demone grottesco ritenuto protettore della dimora e incentivo alla fecondità ma spesso anche “guardiano della soglia” in contesti iniziatici – celebre esempio ne sono le sculture poste ai lati della Porta Alchemica del marchese Palombara di Roma – la cui eco potrebbe abbracciare almeno in parte anche l’enigmatico idolo Baphomet dei Templari.
L’incontro con la propria vera natura può anche suscitare un sacro terrore, ma si tratterà di un panico catartico perché da quel momento in poi l’uomo può sentirsi realmente “vivo” perché avrà conosciuto se stesso. Ricordiamo che il capro (proprio due capri sono posti ai lati del trono dell’Alchimista de “La Montagna Sacra”) è sia associato alla tragedia e al suo ruolo di purificazione psichica (tragedia da “canto del capro”) che al Baphomet, ma anche e soprattutto al Dio Pan, al quale si rifà il termine “panico”, che Jodorowsky ha scelto come nome per il movimento teatrale e artistico da lui fondato.
Altro elemento forte jodorowskyano sembra essere il tema dell’evirazione: emblematiche quelle del colonnello in “El Topo” o del padre di Fenix in “Santa Sangre”… la violenta pratica, sicuramente cruda e barbarica nel suo svolgimento materiale, potrebbe però essere assunta dal regista come allusione metafisica – del resto, nella cultura ebraica, anche la circoncisione nasce come ritualizzazione di un concetto immateriale, come ben spiegano diversi commentatori. L’evirazione dei personaggi jodorowskyani potrebbe dunque indicare un superamento di tipo edipico della costrittiva autorità paterna e richiamare miti di ben più ampio respiro simbolico come l’evirazione di Urano, in cui è il Tempo (Chronos) a spodestare il Cielo (Urano) attraverso la mutilazione della sua virilità. Evento mitico che potrebbe quindi descrivere il passaggio dalla condizione di eternità inalterabile del pensiero divino increato (rappresentato da Urano, il Dio celeste) alla nuova dimensione temporale della creazione concreta che è “immagine mobile dell’eternità” (cfr. “Timeo”, Platone). Oppure, sul piano individuale psicologico, alludere al distacco o al superamento delle limitanti e ostacolanti influenze della propria matrice famigliare, di cui il Nostro ha ampiamente trattato, ad esempio nel libro “Metagenealogia” (Feltrinelli, 2012).
Notevole anche il largo uso della simbologia degli occhi o meglio del singolo occhio, assunto come immagine del divino in molte tradizioni – in cui l’occhio singolo indica quello onniveggente. Tuttavia non bisogna confondere le valenze divine dell’occhio con l’idea di un simbolo “positivo”: lo vediamo bene in Jodorowsky in cui appunto esso ricorre spesso anche in situazioni e prove drammatiche, incomprensibili o mortifere. Ad esempio l’occhio in centro al triangolo, che compare insistentemente nella corrotta e depravata cittadina di “El Topo”, o quello di vetro dato in pegno dal cliente anziano alla prostituta bambina ne “La Montagna Sacra”, film che anche in seguito riproporrà il simbolo dell’occhio in più occasioni, come nell’emblematica tavola rotonda in cui verranno dati in pasto alle fiamme i simulacri ovvero le personalità profane dei cercatori d’immortalità. Infatti, il ruolo dell’occhio divino non va confuso con l’idea di una presenza provvidenziale e rassicurante, bensì, al contrario, con la ricerca di una visione più profonda – che, ben inteso, potrà anche rivelarsi destabilizzante nel suo ammettere la realtà tutta – o distruttiva, se con ciò comprendiamo la morte nel suo senso più squisitamente naturale di disfacimento finalizzato a un rinnovamento. È questo anche il senso dell’Arcano Maggiore della “Morte” nei Tarocchi, che nelle vesti di scheletro, anche stilizzato, fa capolino più e più volte nei film del maestro cileno. Vita e morte, morte e vita, in una “Danza della realtà” (per citare un titolo che Jodorowsky ha dato prima a un libro e poi al film che ne ha tratto) che come un fiume dall’eterno scorrere – rappresentato dal sangue, altro elemento cardine dell’intera opera jodorowskyana – conduce lentamente gli esseri alla visione del vero. Non di una verità distante, metafisica, misteriosa, da cercare nei libri sacri (significativa, in questo senso, la scena della Bibbia consumata dai vermi ne “La montagna sacra”) o tra le parole di qualche maestro; bensì di una verità vicina e presente, da vivere e incarnare nella vita concreta, senza affidarsi alle lusinghiere o temibili promesse di un poi e di un altrove, poiché appunto non vi è nulla di più terribile e sacro della realtà presente. “Terribilis est locus iste”. La Beith-El (Casa di Dio) è il mondo, questo nostro mondo, che non per niente è l’Arcano conclusivo del mazzo dei Tarocchi. Ed è anche ciò che viene evidenziato dalla straordinaria scena conclusiva de “La Montagna Sacra”.
Con questo film e più in generale con la sua opera, Jodorowsky sembra voler operare una sorta di ribaltamento magico-iniziatico rispetto a molte idee precostituite sulla religione, la mistica e la ricerca spirituale, sfatando miti cari alla New Age e più in generale all’ondata dei moderni “affamati” d’esoterismo. Un ribaltamento che cerca di rimettere al centro l’uomo e la semplice verità naturale, come fonti primarie di ogni sapere – allontanandosi così dalle tante dottrine artefatte, cerebrali e ampollose che pullulano nei templi, nei libri e tra le parole dei sedicenti guru. Che sia proprio questo ribaltamento ad aver ispirato l’enigmatico rituale presentatoci nelle immagini di apertura de “La Montagna Sacra”? La posizione finale assunta dal maestro e le due celebranti, oltre sicuramente a evocare la geometria sacra (due triangoli, uno bianco e uno nero, intersecati in una sorta di esagramma) mi sembra altrettanto ispirata a una delle illustrazioni del già citato trattato alchemico “Aurora Consurgens”: qui vediamo due uomini allattati al seno della divina Sapienza. Stessa posizione ma inversione del genere sessuale dei protagonisti, per un capovolgimento anche concettuale: in Jodorowsky, non più gli uomini che cercano di abbeverarsi alle fonti della Sapienza, bensì l’Uomo come sorgente di tutte le possibili sapienze.

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